Il difficile presente

Il Rinoceronte e il Cigno, newsletter globale di politica, economia, strategia

Sono diverse le sfide che scandiscono il tempo presente, non solo la guerra in Ucraina.


Saranno le enormi perdite della guerra? Oppure le difficoltà economiche? Ci sarà un golpe interno? Oppure ci sarà un tirannicidio? Da giorni sono queste le domande che ci si pone, e tutte fanno riferimento alla fine di Vladimir Putin. La consapevolezza che l’avventura militare russa in Ucraina non stia andando come programmato, spinge molti a pensare che possa esserci qualche ribaltamento interno che metta fine alla guerra e contestualmente alla carriera politica di Vladimir Putin. E’ ovviamente vero che Mosca sta incontrando sul terreno molta più difficoltà di quanto pensasse, nonostante le smentite di routine dei vari Lavrov e Peskov, ma è altrettanto vero che bisogna evitare di guardare ai fatti in divenire utilizzando la prospettiva che più ci aggrada. L’azzardo di Putin in Ucraina è chiaro ed evidente a molti, ma il sostegno interno appare, al momento, monolitico e le elite che lo sostengono sembrano navigare tutte nella stessa direzione. Scambiare qualche riprovevole episodio di guerra, come l’uccisione di un comandante ad opera dei suoi uomini, per una tendenza al dissenso è errato, soprattutto se consideriamo che questi episodi sono sempre avvenuti, in tutti i conflitti e a tutte le latitudini. Ciò che invece potrebbe avverarsi è l’impossibilità da parte russa di poter proseguire lo sforzo bellico, a causa delle numerose sanzioni e restrizioni imposte dall’Occidente nei confronti di Mosca. La decisione del governo russo di accettare solo pagamenti in rubli per il suo gas ed il petrolio, ha sparigliato un pò le carte inizialmente, ma, all’atto delle verifiche, si è rivelata una mossa dall’effetto limitato e, forse, dettata esclusivamente dalla voglia di fornire una prova di forza. Ancora una volta, come mai prima d’ora, Stati Uniti ed Europa si sono mostrati più compatti del solito, con questi ultimi che, nel consiglio europeo straordinario del 25 marzo, hanno posto le basi per porre fine alla dipendenza energetica dal gigante russo. Un programma che ovviamente necessiterà di tempo per essere messo in pratica, ma che apre la strada ad un’Europa più libera dai condizionamenti di Mosca. SI va, insomma, verso il decoupling tanto auspicato, un mondo diviso in due: da una parte Stati Uniti, Europa, Australia, Giappone, dall’altra Cina, Russia, Iran, forse India, con i due blocchi destinati a scontrarsi diverse volte nei prossimi anni.

Per saldare questa unità ritrovata tra Stati Uniti ed Unione Europea, dopo i tempi burrascosi di Donald Trump, bisognerà trovare un compromesso nel settore tecnologico. Lo strapotere di quelle che vengono comunemente denominate Big Tech, ovvero le grandi aziende tecnologiche, il cui impatto sulla società e sulla politica è diventato oramai troppo ingombrante, ha condotto sia Washington che Bruxelles a pensare che ci sia bisogno di una regolazione importante. Ma questo ambito rappresenta un campo minato più di quanto si possa pensare, perché da una parte c’è la volontà europea di creare dei “campioni nazionali”, dall’altra c’è il timore statunitense che tutto ciò possa risolversi in un tentativo di “punire” le grandi aziende USA. Il Digital Markets Act europeo, di cui si sta discutendo in questi giorni, ha come obiettivo quello di aumentare la competitività, costringendo motori di ricerca, siti di e-commerce, app social di marca statunitense ad aprire le maglie e consentire una maggior diversificazione nelle proposte. Dopo l’approvazione del regolamento sulla privacy approvato nel 2018, il famigerato GDPR, il Digital Markets Act rappresenta un secondo colpo al cuore delle revenues dei giganti statunitensi. Ed un terzo colpo si prepara: nei prossimi mesi il parlamento europeo discuterà di una legge che costringerà le grandi compagnie dei social a gestire, in maniera più aggressiva, le proprie politiche di pubblicazione. Insomma, se sul fronte ucraino Stati Uniti ed Unione Europea hanno ritrovato l’unità di un tempo, su quello tecnologico lo scontro è appena iniziato.

E poi c’è il contrasto sulle politiche monetarie da intraprendere. L’inflazione galoppante, la Gran Bretagna ha fatto registrare il maggior incremento degli ultimi trent’anni, pone un’enorme ed ulteriore sfida alle Banche centrali di tutto il mondo, che devono affrontare il problema di gestire la crescita post-pandemia. Crescita che, a causa sia dell’inflazione che della guerra in Ucraina, si attesterà su livelli molto più bassi di quanto sperato e previsto dalle principali istituzioni economiche mondiali a inizio anno. Il governatore della FED Jerome Powell ha fatto capire esplicitamente che è pronto ad aumentare il tasso di interesse dello 0,5% entro giugno, confermando gli ulteriori incrementi previsti per la seconda metà dell’anno. La Banca Centrale Europea,ragionando su diversi parametri, presenta un atteggiamento più attendista, ma potrebbe essere costretta dalle necessità ad accelerare il proprio percorso di incremento dei tassi. Insomma, non c’è solo la guerra a scandire il tempo presente.

Danilo Giordano

Categorie:Political Risk

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