Venti di guerra

Il Rinoceronte e il Cigno, newsletter globale di politica, economia, strategia

Una nuova guerra sembra affacciarsi nel cuore dell’Europa, mentre altre, più sotterranee e meno visibili, sono combattute nello scacchiere globale.


Dicono che il Dipartimento di Stato USA stia contattando uno ad uno gli americani ancora presenti in Ucraina per intimargli di lasciare il paese al più presto. L’Ambasciata USA è stata ormai evacuata, gli statunitensi ritengono che un attacco russo al territorio ucraino sia imminente. Mosca per il tramite del ministro degli esteri Sergei Lavrov continua a dire che non ha intenzione di attaccare Kiev, ma la realtà è che tutti i tentativi di risoluzione della crisi, portati avanti dai diversi attori impegnati nella vicenda, sono stati infruttuosi. Ma se la minaccia russa all’Ucraina era evidente già da mesi, nell’est del paese non si è mai smesso di combattere, non è ancora ben chiaro come si comporteranno Nato, USA e paesi europei. Ci ha provato il presidente francese Emmanuel Macron a cercare di ricucire la situazione, attraverso un colloquio diretto con Vladimir Putin a Mosca, ma i resoconti delle due parti sull’esito dell’incontro differiscono molto, il che significa che non c’è accordo. Quello di Macron è apparso come un maldestro tentativo elettorale: il presidente francese non ha considerato che, in questa situazione, è Putin che ha il coltello dalla parte del manico. Ci ha provato la Gran Bretagna con l’inesperto ministro degli esteri Liz Truss, anch’essa rimandata al mittente da Lavrov e messa alla berlina per la non conoscenza della Russia. Ci ha provato il timido cancelliere tedesco Olaf Scholz, a capo di una coalizione, ma potrei dire di un paese intero, altrettanto timido nei confronti di un paese che garantisce rifornimenti energetici costanti e abbondanti per la propria industria: se la Russia attaccherà l’Ucraina ci sarà una risposta rapida e decisiva ha affermato Scholz, il quale non ha probabilmente avuto ancora il tempo di fare una visita alle sue Forze Armate, da tempo in declino e incapaci di esprimere un potenziale bellico rilevante. In questa ridda di voci e di personalità di varia foggia che cercano di assurgere a strateghi, l’unica certezza è che il presidente russo Vladimir Putin, dall’alto della sue esperienze, sa bene fin dove spingersi e ha piena consapevolezza delle armi a sua disposizione. Il fronte occidentale sembra molto disunito, l’unità dei comunicati appare molto di facciata, e soprattutto non sembra pronto, dopo due anni di pandemia, economie da ricostruire e forti risentimento interno, a gettarsi in un conflitto.

Venti di guerra si annunciano insomma. e speriamo davvero rimangano solo un annuncio. In questo frangente complicato la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen ha annunciato l’inizio dello European Chips Act, un complesso piano industriale e scientifico che dovrebbe diminuire la dipendenza dell’Unione Europea dall’estero per la produzione e fornitura dei semiconduttori. L’obiettivo primario annunciato dalla von der Leyen è quello di aumentare dall’attuale 9% al 20% la quota europea di produzione dei chips, attraverso l’incremento di 15 miliardi di euro dei finanziamenti già previsti dal Next Generation EU e aprendosi all’investimento privato. Il piano proposto dalla Commissione Europea è una importante presa di coscienza di alcuni problemi strutturali presenti al’interno della UE, ma ovviamente necessiterà dei suoi tempi per l’applicazione e non servirà, nel breve, a diminuire una dipendenza dall’estero per i chips che è diventata pericolosa. L’iniziativa europea ricalca analoghi provvedimenti degli USA di Joe Biden, i quali hanno dato vita ad un fondo da 52 milioni di dollari per sostenere lo sviluppo e la produzione di semiconduttori “nazionali”. Il tutto fa presagire una contesa globale alla produzione di semiconduttori che si inscrive nella più ampia global tech race: non è escluso che, data la sua preminenza produttiva in questo settore, la complessa vicenda geopolitica riguardante Taiwan possa incorrere in pericolosi sviluppi.

In questo contesto già complicato da probabili guerre militari e commerciali, non potevano mancare le proteste per l’attuale situazione di emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del virus Covid-19. In Canada, numerosi camionisti hanno invaso le strade e bloccato gli accessi al confine con gli Stati Uniti, per esprimere il proprio dissenso nei confronti delle misure sanitarie introdotte dal governo, chiedendo a gran voce la fine di ogni tipo di limitazione ed il ritorno alla normalità. Le proteste, dopo alcuni giorni di iniziale contenimento da parte della autorità canadesi, sono state represse con la forza, causando non pochi problemi al governo in minoranza del premier Justin Trudeau. L’eco elle proteste canadesi ha avuto riscontro anche in altri paesi: nei vicini USA, dove la protesta si è legata si sostenitori dell’ex presidente Donald Trump, così come In Europa, dove, in diversi paesi, sono apparsi i camion della libertà. Non si capisce bene quali siano gli scopi ultimi di queste proteste. Se la pandemia e le conseguenti limitazioni stanno allentando la loro presa, non si può dire lo stesso per le proteste dei no vax, il che rende ancora più evidente il fatto che le loro motivazioni poco o nulla hanno a che fare con la questione sanitaria, ma sono soprattutto politiche.

Danilo Giordano

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