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L’accertata consapevolezza che Omicron sia sì più contagiosa delle precedenti varianti del virus Covid, ma meno letale e di più facile gestione, porta ad un cambio dell’analisi politica, che deve riposizionare il focus dall’ambito sanitario a quello economico. Le crescenti tensioni tra Russia ed Ucraina, con il contestuale inserimento del blocco occidentale (NATO, USA e UE), possono creare qualche difficoltà lungo il percorso, ma il focus principale rimane la ripresa economica post-pandemia. Una ripresa economica resa incerta dall’intrecciarsi di alcuni fattori, non tutti prevedibili: inflazione, problemi lungo le catene logistiche, accelerazione della transizione energetica e dei processi di digitalizzazione, mancanza di forza lavoro.

Il peso delle eventuali sanzioni sull’economia russa

I prezzi stanno aumentando in tutto il globo: a causa della pandemia si è passati da un periodo in cui le forze globali erano tendenzialmente disinflazionistiche, ad un altro in cui avviene l’esatto contrario. Stati Uniti, Gran Bretagna, i principali paesi europei hanno tutti fatto registrare tassi di inflazione tra il 4% ed il 5%, per non parlare della Turchia che ha fatto registrare un +48%, ma questo è un caso a parte. In Polonia l’aumento dell’inflazione sta rapidamente rosicchiando i progressi economici compiuti dal paese nell’ultimo decennio, mettendo a rischio anche il solido supporto politico del controverso partito al governo PiS. La capacità di spesa dei cittadini è diminuita drasticamente, con i prezzi di beni comuni e servizi che crescono più degli stipendi. Il tutto sta avvenendo contrariamente a quelle che sono le aspettative degli economisti, i quali inizialmente parlavano di inflazione transitoria. Se è vero che l’inflazione è ampia, è altrettanto vero che i rincari sono sospinti principalmente dal rialzo dell’energia e dai settori ad esse direttamente collegati. Rimane da capire se questa inflazione sia legata al Covid, e quindi ritornare a livelli accettabili quando tutto sarà finito, oppure un problema molto più persistente.

La ripartizione dell’inflazione UK

Non arrivano dati rassicuranti neanche dal fronte dell’occupazione. Il Dipartimento del Lavoro statunitense ha comunicato che nel mese di dicembre hanno lasciato volontariamente il proprio lavoro oltre 4,3 milioni di persone, una cifra leggermente inferiore ai 4,5 milioni di novembre, il dato più ampio da quando esistono tali rilevazioni statistiche. Il fenomeno della Great Resignation, ovvero un numero sempre più elevato di persone che cambiano lavoro, sembrava agli inizi riferito esclusivamente ai colletti bianchi, desiderosi di rivalutare le proprie priorità, ma ora appare distribuito anche tra i lavoratori meno qualificati, i quali, grazie alla scarsità, cercano di spuntare uno stipendio migliore. Ciò che turba gli economisti e i rilevatori di dati economici è che il numero di posti lavoro vacanti è superiore a quello delle persone che risultano in cerca di lavoro. E’ un fenomeno che non riguarda soltanto i paesi di cultura anglosassone, dotati di una maggiore propensione al cambiamento lavorativo, ma si sta allargando anche ai paesi latini, dove sussistono maggiori rigidità occupazionali.

Il rapporto Euro/Dollaro nel mese di gennaio 2022

Preoccupano, in questo contesto, le previsioni di crescita al ribasso redatte da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. Il Fondo attribuisce la prevista diminuzione della crescita oltre che all’aumento dell’inflazione e al perdurare dell’emergenza Covid, anche a problemi di natura geopolitica, alias lo scontro per l’Ucraina e il sempre più aperto contrasto tra USA e Cina per la primazia globale. La Banca Mondiale prevede una diminuzione della crescita globale dal 5,5% del 2021 al 4,1% nel 2022, puntando l’obiettivo soprattutto sull’aumento delle disuguaglianze sia tra paesi che all’interno dei paesi stessi.

Ovvio che gli occhi e le orecchie di tutti siano puntati verso i governatori delle banche centrali ai quali, dopo alcuni anni di relativa calma, toccherà prendere le decisioni più difficili ed indicare la strada per la risalita. Quella sulle decisioni dei banchieri centrali si preannuncia come una vera e propria battaglia delle idee. Alcuni governatori hanno già deciso di innalzare i tassi di riferimento: Brasile, Australia e Nuova Zelanda hanno apportato già diverse modifiche al rialzo. Ma è tra le due sponde dell’Oceano Atlantico che si gioca la partita principale. La Bank Of England ha recentemente aumentato i propri tassi di un quarto di punto portandoli a +0,5%, la Federal Reserve non l’ha ancora fatto, ma ha fatto capire che interverrà nel prossimo mese di marzo, la BCE ha fatto sapere che non sono previsti stravolgimenti a breve, anche se verso metà anno questo atteggiamento potrebbe cambiare. E’ abbastanza evidente che i tre soggetti rispondono a dinamiche interne diverse, ma è comune l’intento di tutti e tre di affrontare l’inflazione dilagante, cercando di non spegnere troppo i bollori della crescita economica post-pandemica. C’è la paura di ripetere un pò quello che sta accadendo in CIna, dove l’economia ha ripreso a marciare, ma molto al di sotto di quel 6,5% che viene comunemente indicato dagli analisti come il livello di benessere necessario per il mantenimento della pace sociale.

Danilo Giordano

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