Strategie politiche e mosse militari


Le convulse elezioni presidenziali italiane hanno evidenziato la pochezza della sua attuale classe politica, incapace di affrontare e risolvere sfide complesse. Non un buon segnale per il futuro prossimo.


Nel momento in cui scrivo si sono concluse da poche ore le operazioni di spoglio che hanno eletto nuovamente Sergio Mattarella quale Presidente della Repubblica italiana. Ci sono volute 8 votazioni prima che i voti della gran parte del Grandi Elettori convergessero su un un unico nome. Per tutto il tempo si è giocato al muro contro muro tra gli opposti schieramenti, nessuno dei quali possedeva la maggioranza per andare da solo. Trovare un compromesso che andasse bene ad almeno 505 grandi elettori è stato davvero difficile, soprattutto perché la questione del Presidente della Repubblica è fortemente legata al dopo, ovvero chi prenderà le redini del governo una volta che sarà stato eletto il nuovo Capo dello Stato. Con la rielezione di Mattarella, il presidente del Consiglio potrebbe continuare ad essere Mario Draghi, nel segno della continuità e nella speranza, neanche troppo nascosta, che l’ex capo del CSM non abbia intenzione di passare tutti i prossimi sette anni al Quirinale. Si è trattata di un’elezione molto difficile, contrassegnata dalla volontà dei parlamentari di trovare una soluzione politica che consentisse di proseguire il loro mandato fino alla scadenza naturale. Sul fondo c’è una profonda spaccatura tra le differenti forze politiche ed anche al loro interno. Ma soprattutto queste tornate elettorali hanno evidenziato la pochezza dell’attuale classe politica italiana, incapace di affrontare e risolvere sfide complesse. Non un buon segnale per un futuro prossimo che sarà certamente molto complicato.

Secondo alcuni autorevoli commentatori questa impasse italiana si sarebbe potuta rompere grazie ad un evento esterno. L’attuale situazione ucraina desta molte preoccupazioni nelle cancellerie internazionali. Le dichiarazioni e i passi compiuti dai vari leader coinvolti nella vicenda fanno pensare che si sia molto lontani da una soluzione e che la possibilità di un conflitto nel pieno dell’Europa sia tutt’altro che remota. In un lasso temporale abbastanza ristretto si è passati dalle minacce verbali, allo schieramento di truppe russe al confine ucraino, fino al recente iniziale dispiegamento di alcuni sistemi militari statunitensi. Stati Uniti e Gran Bretagna hanno ordinato ai propri nazionali residenti in Ucraina di lasciare il paese, mentre Francia e Germania hanno provato ad imbastire una trattativa con gli attori coinvolti. I paesi baltici e quelli scandinavi, i quali si sentono minacciati da questa rinnovata intraprendenza russa, hanno chiesto un maggior coinvolgimento della NATO e degli USA in particolare: la loro diffidenza è rivolata anche nei confronti dell’Europa, che si barcamena tra una posizione strategica ambivalente e le necessità di rifornimento di gas. Non è un caso che gli Stati Uniti si stiano offrendo per subentrare quale fornitori suppletivi di gas a favore dei paesi europei in difficoltà. Stupisce, in tutto questo, la posizione un pò più attendista degli ucraini, i quali cercano di gettare acqua sul fuoco delle minacce di guerra reciproche.

A contornare il tutto c’è l’economia. Nel corso della settimana appena trascorso, il capo della FED Jerome Powell ha fatto capire chiaramente che i primi rialzi dei tassi si potrebbero palesare nel prossimo mese di marzo. Dichiarazioni che contano in uno scenario economico globale fortemente limitato dal diffondersi della variante Omicron, la quale sembra sì meno pericolosa delle precedenti, ma impone comunque un generale atteggiamento di cautela. L’inflazione, che un tempo veniva definita transitoria, ha ormai esteso i suoi tentacoli ovunque e forti misure dalle autorità bancarie sono sempre più necessarie e attese. Nel frattempo sta affrontando un periodo difficile anche il settore delle criptovalute, in forte calo dai massimi raggiunti qualche mese fa: non è chiaro se questo crollo dipenda dalla possibilità di rialzo dei tassi, che sposta gli interessi degli investitori, oppure dai primi ostacoli normativi che queste valute stanno affrontando. Il prossimo anno potrebbe essere un anno cruciale per l’inizio di una battaglia tra le aziende del settore tech e gli ambiti governativi. Ormai Big Tech ha acquistato troppo potere e i governi hanno la necessità, oltre che il dovere, di porre loro un freno. Una battaglia necessaria, ma che potrebbe rappresentare, se mal condotta, un freno alle necessità di crescita economica post-pandemica.

Danilo Giordano

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