I giorni della marmotta


Il 2022 inizia come era finito l’anno precedente, con la diffusione della variante Omicron che mette nuovamente in dubbio alcuni ambiti che si stava cercando di ricostruire con fatica: scuola, lavoro, socialità.


La consuetudine globale che attribuisce al passaggio da un anno all’altro poteri quasi taumaturgici, per cui, come per miracolo, tutto ciò che appartiene al passato, in particolare gli eventi negativi, si cancella ed il nuovo avanza, è destinata ad essere accantonata in questi tempi pandemici. Da circa due anni, infatti, sembra di vivere in un continuo giorno della marmotta: ti svegli e si verificano i medesimi eventi del giorno prima, come in una sorta di deja vu quotidiano. In realtà qualcosa è cambiato, ma si tratta di sfumature. Il virus è ancora tra noi e ci costringe ad osservare un macabro conteggio quotidiano di malati e deceduti, nella speranza che i numeri si approssimino a zero, consentendo di dichiarare la fine dell’emergenza. Il mantra dell’ultimo periodo è Omicron, termine con il quale si indica la variante più recente del virus sequenziata dall’uomo: una variante che, stando ai primi dati, si rivela molto contagiosa, ma dalle conseguenze negative sulla salute inferiori alla variante Delta. E’ però una variante che sta costringendo a rivedere le posizioni di questa estate, quando si pensava che il peggio fosse alle spalle e che, col tempo, saremmo ritornati ad una situazione di normalità. La variante Omicron, invece, mette di nuovo in dubbio le certezze ricostruite con fatica: scuola, lavoro, socialità ritornano nuovamente in bilico. E’ il giorno della marmotta, un costante e ripetitivo gioco dell’oca che ci costringe ogni giorno a ripartire dal via.

In questo continuo ripetersi di situazioni sempre uguali, non poteva mancare l’apporto del presidente russo Vladimir Putin, le cui audaci offensive militari sono diventate una costante. Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan sono i terreni sul quale lo zar sta giocando le sue partite strategiche, certo di riuscire a ristabilire una parvenza di Unione Sovietica e di allontanare il nemico statunitense dai suoi confini. Lo schieramento di militari russi in Kazakhstan, dopo lo scoppio dei tumulti nella capitale Almaty ed in altre aree del paese centroasiatico, sebbene limitato nella cornice della CSTO, l’organizzazione di sicurezza collettiva costruita proprio da Putin, ha un significato tutt’altro che scontato. La volontà di Putin di riaffermare e ricostruire la sfera di influenza sovietica, in risposta alla costante avanzata della NATO verso l’Europa orientale, rappresenta una minaccia importante per la stabilità globale, ancor di più in questi tempi resi difficili dalla diffusione del coronavirus. Le scene natalizie di convogli ferroviari pieni zeppi di carri armati e di equipaggiamenti militari hanno fatto il giro del mondo ed hanno distolto lo sguardo dal nemico numero uno cinese. Al netto delle considerazione strategiche classiche, le rivolte in Kazakhstan, dirette contro l’establishment e motivate dall’annuncio dell’aumento dei prezzi delle fonti energetiche, potrebbero non rappresentare un unicum: vedremo come si evolverà la situazione nei prossimi giorni, ma quella kazaka è stata già definita la prima bitcoin revolution, dato che in Kazakhstan si sarebbero rifugiati molti miners cinesi, obbligati dalla recente stretta di Pechino in tema di criptovalute, e ciò, ovvero l’enorme dispendio energetico che questa attività genera, avrebbe giustificato le necessità di un aumento dei prezzi. Il tutto avviene mentre il presidente statunitense Joe Biden deve affrontare una serie importante di sfide, proprio mentre i sondaggi lo danno in forte difficoltà e la destra repubblicana di Donald Trump inizia a spingere di nuovo. A poco sono servite le rassicurazioni nei confronti dell’Ucraina in caso di un’eventuale mossa offensiva da parte russa: il gigante americano sembra in difficoltà e non è servito a molto eleggere alla presidenza uno degli uomini con maggior esperienza politica del paese.

Il tema più interessante di questo inizio 2022 è un argomento a cavallo tra vecchio e nuovo è il nucleare. Le sempre maggiori difficoltà approvvigionative dell’Europa, un continente privo di rilevanti risorse energetiche proprie, se si esclude la Norvegia, sta portando a nuove riflessioni riguardo al nucleare. La Commissione Europea avrebbe intenzione di cambiare la tassonomia delle fonti energetiche, includendo il nucleare tra le fonti green. E’ un passaggio epocale, figlio degli attuali prezzi crescenti di gas e petrolio, e quindi delle bollette energetiche dei contribuenti, che avrebbe come conseguenza diretta quello di dirottare enormi finanziamenti nello sviluppo dell’industria e della ricerca nucleare. La Commissione deve innanzitutto affrontare le resistenze di numerosi e potenti gruppi ambientalisti, e ritiene di poterlo fare attribuendo al nucleare l’etichetta di risorsa energetica di transizione, ovvero una risorsa che può favorire il passaggio verso forme più sostenibili e green, dismettendo l’utilizzo di carbone n favore dello sfruttamento di energia solare ed eolica. La direzione intrapresa dalla Commissione Europea dovrà, innanzitutto, confrontarsi con gli opposti schieramenti presenti all’interno del Vecchio continente, raccolti attorno ai due leader del consesso europeo ovvero Francia e Germania. La prima ha una rinomata tradizione nucleare e vorrebbe avvantaggiarsi del suo primato europeo anche in chiave economica, la seconda possiede un’ostilità di fondo nei confronti dell’energia nucleare, ha un potente partito dei Verdi, ora nella coalizione al governo, e sostiene, in maniera più o meno velata, il link energetico con la Russia. L’Italia, nella quale un referendum ha portato alla decisione di vietare l’utilizzo e lo sviluppo di energia nucleare, sembra un pò al margine di questa diatriba, come al solito incapace di instaurare un dibattito scevro da posizioni pre-costituite e condizionamenti politici di parte.

Danilo Giordano

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