Da Omicron a Macron


La diffusione di una nuova variante del coronavirus ha mandato nel panico i mercati, non la politica che continua a tessere la sua rete per delineare il futuro post pandemico.


E’ bastata la notizia dell’individuazione di una nuova variante del virus Covid-19 che, secondo le prime notizie trapelate, sarebbe molto più contagiosa delle precedenti, per gettare nuovamente nel panico e nello sconforto più o meno tutto il globo. La paura è che questa nuova variante Omicron, classificata scientificamente come B.1.1.529, possa penetrare attraverso le difese immunitarie create con tanta difficoltà dalla campagna globale di vaccinazione, buttando al vento gli sforzi sinora fatti e costringendo a nuovi lockdown società già fortemente provate da questi (quasi) due anni di pandemia. I principali governi del mondo hanno reagito con immediatezza alla notizia, sospendendo i collegamenti con i paesi dell’area meridionale dell’Africa, dove pare sia stata identificata, in modo da limitarne la diffusione, in un periodo in cui, soprattutto in Europa, i numeri del contagio sono nuovamente in forte crescita. La sensazione, però, corroborata dall’esperienza maturata, è che il virus se ne fregherà delle limitazioni di viaggio e si diffonderà, così come è accaduto per il precedente spauracchio della variante Delta.

Ed infatti i mercati globali hanno già scontato questa paura. Nel giorno dell’annuncio dell’isolamento della variante Omicron, praticamente tutte le principali Borse del globo hanno chiuso in perdita la loro giornata di contrattazione, costringendo anche il petrolio, protagonista di un rally continuo negli ultimi mesi, a ritracciare e a scendere nuovamente attorno ai 70$ a barile. Venerdì doveva essere la giornata consacrata agli acquisti e alla ripresa economica, sospinta dall’abitudine ormai globale delle scontistiche esagerate del Black Friday, ma è stata, invece, una giornata nera per altri motivi, che qualcuno ha già definito Red Friday, dal rosso delle perdite dei listini globali. Eppure era stata una settimana di dati economici confortanti per le principali economie del globo, con indicatori sul PIL e sulla fiducia dei consumatori ai massimi storici che facevano ben sperare. Rimane sottostante il problema dell’inflazione, che nessuno considera più transitoria, ma con la quale bisognerà confrontarsi per un pò di tempo e che alcune Banche Centrali hanno già iniziato ad affrontare: la Reserve Bank of New Zealand ha aumentato, per la seconda volta in due mesi, i propri tassi di interesse per raffreddare l’economia e per contrastare i crescenti prezzi delle case. La decisione della RBNZ viene guardata con attenzione dagli altri governatori delle Banche Centrali, in particolare Federal Reserve statunitense e Banca Centrale Europea, le cui posizioni sulle mosse da intraprendere in futuro sono differenti.

La copertina del Financial Times weekend

Ha avuto più successo la diffusione della nuova variante Omicron nell’abbassare il prezzo del petrolio che la recente decisione degli Stati Uniti, e di altri paesi alleati, di rilasciare sul mercato le proprie riserve energetiche. La decisione, fortemente voluta dal presidente Biden, non ha soddisfatto i mercati, perché inferiore alle attese, sono stati rilasciati 65-70 milioni di barili, e perché c’è la certezza che l’OPEC+, l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio, possa rispondere in maniera immediata per evitare un eccessivo abbassamento del prezzo del greggio. La scelta di Biden è motivata particolarmente dal suo tasso di approvazione in forte calo: l’economia americana ha ripreso a girare, la disoccupazione è nuovamente ai livelli minimi, nonostante le difficoltà del Big Quit, gli ordinativi sono in crescita, il dollaro è forte, ma l’inflazione crescente mette a rischio i risultati raggiunti post-pandemia.

In tutto questo mix di problematiche sanitarie, economiche e strutturali, la politica non si ferma, anzi è alla ricerca disperata di una direzione. In Germania il nuovo governo a guida Olaf Scholz è quasi pronto, si attende solo che i Verdi si mettano d’accordo sulla spartizione dei ministeri a loro riservati dalla coalizione semaforo. Al netto di dichiarazioni programmatiche e propositi due elementi appaiono interessanti: il liberale Christian Lindner alle Finanze potrebbe rappresentare un taglio netto rispetto al passato merkeliano, così come la verde Baerbock agli Esteri potrebbe rappresentare un cambio di atteggiamento nei confronti di Russia e Cina. La sensazione generale è che ne potrebbe uscire una Germania meno propensa a guidare l’Europa. Ed ecco spiegato l’attivismo del presidente francese Emmanuel Macron, impegnato in una disputa feroce con la Gran Bretagna di Boris Johnson sui migranti che attraversano il Canale della Manica, e allo stesso tempo fiero sostenitore di un Trattato del Quirinale con l’Italia che rafforza la collaborazione reciproca in numerosi settori. Un attivismo che comprende sostegno alla creazione di un esercito europeo, nucleare e sfida agli autoritarismi. Non male come menù post pandemico.

Danilo Giordano

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