Migranti e inflazione


Le dinamiche inflattive si fanno sentire sempre più forte, mentre ritorna a galla il problema migratorio.


E alla fine l’inflazione si è mostrata con tutta la sua forza. E proprio negli Stati Uniti. Il dato dell’inflazione USA nel mese di ottobre ha fatto un balzo del 6,2% rispetto all’anno precedente, il rialzo più alto degli ultimi trenta anni. Ci eravamo accorti tutti del problema inflazionistico, ma rimaneva il dubbio, in poche persone oramai, che il fenomeno fosse transitorio, legato ad una congiuntura momentanea (ovviamente secondo le tempistiche che regolano le previsioni economiche). Il fenomeno inflattivo sta impattando in maniera sempre più forte sulla vita delle persone, ma allo stesso tempo sta colpendo i programmi assistenziali e di sostegno messi n campo dall’Amministrazione Biden per affrontare le difficoltà generate dalla pandemia e dar luogo ad una pronta ripartenza economica. C’è il rischio che i programmi di sostegno sociale si rivelino inefficaci e che i piani di sostegno all’economia possano aumentare l’inflazione. E c’è inoltre il problema della difficoltà di trovare quei lavoratori qualificati che sostengano la ripartenza: il Great Resigning, ovvero le dimissioni in massa di tanti lavoratori in cerca di qualcosa di meglio, sta diventando fenomeno di massa, mettendo in grosse difficoltà aziende e grandi corporation, nonché i settori della logistica. Il dato statunitense suggerisce, quindi, che l’inflazione durerà molto più di quanto si pensasse, mettendo ulteriore pressione sui governatori delle Banche Centrali alle prese con la decisione si aumentare i tassi di interesse e porre fine alle misure di sostegno alle economie. La decisione della Federal Reserve di dicembre sarà rivelatrice di un cambio di passo nella gestione post pandemica che potrebbe diventare globale.

In questo clima di generale incertezza, non ci voleva una conclusione insoddisfacente anche per i due vertici del G20 di Roma e della COP26 di Glasgow. Entrambi i vertici si sono conclusi con un profluvio di dichiarazioni e comunicati si scarsa rilevanza e con pochi concreti impegni per il futuro. Il vertice COP26 di Glasgow ha avuto due sussulti di orgoglio nelle sue fasi finali. Il primo quando Stati Uniti e Cina hanno annunciato maggiore collaborazione per combattere il cambiamento climatico: i due rappresentanti per il clima di Stati Uniti e Cina, John Kerry e Xie Zhenhua, hanno annunciato, un pò tra lo stupore generale, il raggiungimento di un accordo tra i due “giganti dell’inquinamento” che impone una forte collaborazione per la diminuzione delle emissioni di carbonio. L’annuncio, però, non ha fornito alcun dettaglio su come i due procederanno nel prossimo futuro, né ha stabilito un cronoprogramma degli interventi da mettere in campo. E’ stata una semplice dichiarazione di buona volontà a collaborare. Allo scadere della conferenza i circa 200 presenti sono poi riusciti a raggiungere un accordo finale, nonostante le numerose divergenze, soprattutto tra i grandi paesi inquinanti. Anche in questo caso il risultato appare debole: si è trattato, come ha scritto qualcuno provocatoriamente, di un accordo per essere d’accordo su futuri accordi da prendere.

In mezzo a tanto chiacchiericcio si è risvegliato il fronte est dell’Europa, in due aree di confine ad alta tensione. Nelle zone contese dell’Ucraina, laddove è in atto una lotta feroce tra il governo di kIev e i separatisti legati a doppio filo a Mosca. Nelle ultime ore pare che truppe numerose si stiano ammassando lungo il confine conteso e le voci riguardanti una probabile invasione della Russia si fanno sempre più insistenti. Colpisce il tempismo dell’escalation: con la crisi del gas che sta colpendo gli stati europei, alle prese con cali delle forniture e aumento dei prezzi, Putin sembra intenzionato ad approfittare della situazione per “colpire” l’Ucraina. Così come potrebbe esserci il leader russo dietro il problema migratorio che si sta verificando al confine orientale dell’Europa: numerosi migranti si sono ammassati al confine tra Bielorussia e Polonia e spingono per arrivare in Germania. La tensione è molto alta, soprattutto perché tale situazione è stata creata e gestita dal leader bielorusso Alexander Lukashenko, in forte contrasto con la leadership europea per le sanzioni, ma probabilmente sospinto da Mosca, che vorrebbe fare pressione per le problematiche legate al gasdotto Nord Stream 2. Insomma, al confine est europeo si è creata una situazione intrecciata di migranti, rivendicazioni territoriali e gas, senza contare che proprio in quelle aree, molto refrattarie nei confronti delle vaccinazioni, si registrano i tassi più alti di contagio da virus COvid-19. Un mix incandescente che potrebbe generare ulteriori drammi.

Danilo Giordano

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