Un lento trascinarsi


Fare delle scelte nette e condivise in questo momento è molto difficile. E allora c’è un lento trascinarsi, in attesa di una schiarita.


L’incertezza generale di questo periodo post-pandemico sta generando una non-reazione della politica, un lento trascinamento delle decisioni in attesa di comprendere meglio la direzione giusta da intraprendere. Questa sensazione si è resa evidente nei recenti G20 e COP26, due vertici molto attesi, ma che si sono conclusi con il raggiungimento di obiettivi molto scarsi. Nel corso della due giorni del G20 di Roma i leader mondiali hanno raggiunto un accordo per fermare il finanziamento di nuove centrali a carbone, ma non hanno chiarito come raggiungere il limite dell’aumento di 1,5° della temperatura terrestre né indicato una timeline specifica. In compenso USA ed UE hanno trovato l’accordo per allentare i dazi sulle importazioni di alluminio, mentre si stanno ponendo le basi per l’istituzione di una tassa globale per le multinazionali. La COP 26 che non si è ancora conclusa, benché i principali leader globali abbiano già fatto passerella, rappresenta solo una formalità, un contenitore di proclami vuoti dopo l’esito insufficiente del G20. Non sembra così campato in aria l’allerta del leader britannico Boris Johnson, il quale ha avvisato che la rabba e l’impazienza della società saranno incontenibili se i leader globali non riusciranno ad indicare una soluzione percorribile. Una rabbia che potrebbe sommarsi alle altre che stanno montando da quanto è in corso la pandemia da Covid-19.

Un lento trascinarsi che si evidenzia anche nelle scelte delle Banche Centrali di tutto il mondo che cercano di muoversi con delicatezza, ma che assomigliano sempre più a degli elefanti in una cristalleria. La Banca Centrale Europea, la Bank of England e la Royal Bank of Australia hanno deciso tutte di mantenere bassi i relativi tassi di interessa, facendo però trapelare un futuro nemmeno tanto lontano di allentamento dei controlli sulle rispettive monete. L’inflazione galoppante dell’ultimo periodo, secondo molti conseguenza indiretta della pandemia, sta imponendo cambi drastici nelle decisioni da intraprendere, soprattutto per quanto riguarda le tempistiche. Christine Lagarde ha precisato che non si prevedono aumenti dei tassi di interesse neanche nel 2022, ma i mercati e gli analisti si aspettano qualcosa di diverso. Lo stesso è avvenuto con i governatori delle banche centrali d’Inghilterra e Australia: è evidente la volontà di affrontare primariamente i problemi legati alla crescita, piuttosto che quelli derivanti da un eccessivo aumento dell’inflazione.

E mentre in Inghilterra si dà il via alla pillola prodotta dalla Merck come cura per il Covid, riemergono antichi e mai sopiti rancori con i dirimpettai francesi. La definizione dei diritti di pesca post-Brexit è ancora aperta, e a nulla è valso il confronto diretto tra Emmanuel Macron e Boris Johnson a margine del G20, semmai, i rispettivi comunicati congiunti hanno certificato le posizioni contrastanti. Il rinnovato contrasto tra Londra e Parigi si inserisce in un contesto globale già difficile, e potrebbe estendere le sue conseguenze alla NATO, al G7 e a tutti quei consessi internazionali che si troveranno ad affrontare le sfide globali, dal climate change al commercio. Nel frattempo negli USA la recente netta affermazione dei repubblicani nelle elezioni in Virginia ha suonato l’allarme in casa democratica. L’incapacità di affrontare i problemi quotidiani dei cittadini, gli scaffali vuoti, l’inflazione galoppante, la mancanza di lavoratori nei porti e nelle industrie sono i temi sui quali i Democratici hanno perso questa tornata elettorale, sulla quale si affaccia, prepotente, l’ombra dell’ex presidente Donald Trump.

Danilo Giordano

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