Inflazione e futuro


L’ammissione che il fenomeno inflazionario non è temporaneo genera molti interrogativi sul futuro, ma la politica sembra voler rispondere con la conservazione.


Da quando Jerome Powell (FED) e Christine Lagarde (BCE) hanno ammesso che il problema inflazionario non sarà temporaneo bensì si prolungherà anche nel 2022, l’argomento è adesso sulla bocca di tutti, e i propositi di una crescita stabile e coerente si sono spostati al 2023. D’altronde è sempre così, quando non si riesce a prevedere/capire coma andrà l’anno successivo, allora l’orizzonte si sposta a quello dopo ancora. Eppure c’erano diversi analisti economici che avevano avvisato che si trattava di un fenomeno non momentaneo, basandosi soprattutto sull’aumento dei futures dei prezzi di alcune materie prime. Ed è proprio sull’aumento del prezzo dell’energia che si è discusso molto nell’ultima settimana: a causa del prezzo eccessivo del gas, altri tre fornitori britannici sono stati costretti a chiudere, portando a dieci le chiusure in totale e facendo prospettare un inverno difficile. Il prezzo eccessivo del gas spinge ad un utilizzo maggiore di petrolio e carbone per la produzione di energia, e questo causa a sua volta l’aumento del prezzo di entrambi. Nel corso della settimana il barile di petrolio ha oltrepassato il limite degli 80 dollari e secondo Goldman Sachs potrebbe sfondare quota 90 dollari per la fine dell’anno, mentre il carbone ha toccato 204 dollari per tonnellata, polverizzando il record del 2008 di 201 dollari. Supply chain vicina al collasso, enorme distanza tra domanda e offerta, competizione tra Europa e Cina, transizione energetica sono queste le ragioni alla base di questo aumento dei prezzi. E se il presidente Joe Biden sente puzza di marcio ed ha aperto un’inchiesta a proposito, la realtà è che bisognerà sperare nel bel tempo per evitare una bolletta energetica mostruosa.

La sensazione sempre più evidente è che se i danni sanitari diretti della pandemia siano in corso di risoluzione più o meno globalmente, quelli indiretti su economia e politica devono ancora presentarsi. Alta inflazione, disruptions lungo la supply chain, energy crunch sono le attuali ricadute indirette della diffusione del virus nel corso di questi due anni. Sarà interessante valutare e capire come la politica reagirà e si evolverà nei prossimi anni. La necessità di affrontare una minaccia inaspettata e così ampia ha costretto la politica a fermarsi, a mettere da parte alcuni problemi che potrebbero ripresentarsi nei prossimi anni, così come potrebbero venir fuori esigenze nuove e complesse. Smart working, transizione energetica, presa di coscienza delle tematiche green e del climate change sono le prime avvisaglie di un cambiamento di paradigma che le forze politiche globali dovranno affrontare. E sinora, nei principali paesi dove si sono svolte elezioni, la risposta è stata la conservazione. In Germania, le elezioni generali hanno consegnato la vittoria alla SPD capeggiata da Olaf Scholz, già membro del governo uscente Merkel, che ha sconfitto la CDU/CSU di Armin Laschet, mentre sono state buone le affermazioni di Verdi e Liberali. Oltre alla difficoltà di comporre un nuovo governo, ciò che si evidenzia è che i tedeschi hanno scelto la conservazione, la sicurezza mentre, stando alle prime analisi, i “nuovi” temi imposti dalla pandemia hanno avuto pochissimo impatto. In Giappone, dopo le dimissioni di Suga, si è scelto il suo successore all’interno del LDP e di conseguenza il nuovo premier: ha vinto Fumio Kishida, anche lui come avvenuto in Germania, un rappresentante dello status quo. Insomma, la politica sembra, ancora una volta, non voler decidere, ma lasciare che siano gli eventi a determinare il futuro.

Se nella politica interna poco si muove, in politica internazionale c’è grosso fermento. La settimana scorsa ci sono state le riunioni riguardanti il QUAD, una serie di viaggi del segretario di stato Blinken e continui contatti tra le diplomazie per la questione legata ad AUKUS. Ma c’è stata anche la riunione della Shanghai Cooperation Organization, un consesso che vorrebbe porsi in antitesi alla NATO, comprendente i paesi dell’Asia centrale e guidato dalla Russia, desiderosa di recuperare la posizione di terzo incomodo nel duello a due tra Cina e USA. Nella riunione di Dushambe si è parlato di tanti argomenti, sicurezza, scambi commerciali, Afghanistan, ma soprattutto è stato sancito l’ingresso dell’Iran come membro a tutti gli effetti. E’ un passo importante, decisivo per la regione e per la SCO che mira ad ampliare il suo raggio di azione, creando più di un grattacapo a Washington e a Pechino, che nell’area dell’Asia centrale ha molti progetti legati alla Belt and Road Initiative. Con le iniziative QUAD, AUKUS, SCO la CIna sembra presa un pò in mezzo e, fatta eccezione per i comunicati diplomatici, incapace di reagire. Questa settimana, a Pittsburgh, si è svolto anche il Trade e Technology summit tra USA e UE: un vertice teso ad appianare le divergenze tra i due poli, ma anche la ricerca di un’alleanza informale per affrontare l’attuale strapotere cinese nei settori dei semiconduttori e dell’Intelligenza Artificiale. Ormai, la tecnologia è diventata un importante terreno di scontro per la supremazia globale. Scontro che non può essere combattuto a colpi di mi piace e thread, ma necessita di azioni concrete in tutti gli ambiti.

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