Resilienza senza ripresa


Economia e società sembrano in procinto di riprendersi, ma alcuni fattori lanciano un monito oscuro.


Se lo scopo primario della presidenza di Joe Biden era quello di ricompattare il fronte occidentale dopo gli anni tempestosi del predecessore Donald Trump, l’intento è tutt’altro che raggiunto. Le scelte degli ultimi mesi appaiono contraddittorie, se paragonate alle intenzioni iniziali. “L’idea di usare la forza militare per ricostruire la società afghana è qualcosa che va oltre i nostri mezzi e capacità” ha detto il segretario di stato USA Anthony Blinken nel corso di un’audizione dinanzi al comitato della Camera e, di colpo, gli ultimi 30 anni di interventi statunitensi all’estero sono stati cancellati. Ovvio che la responsabilità principale è da attribuire alla decisione presa dall’amministrazione Trump di lasciare l’Afghanistan, ma la colpa della confusionaria e disastrosa ritirata è tutta in capo all’attuale amministrazione. Amministrazione alla quale è da ascrivere anche la decisione di creare una nuova partnership militare nell’Indo-pacifico con Gran Bretagna e Australia, costituita innanzitutto per dotare quest’ultima di maggiori capacità militari per contrastare la crescente influenza cinese nell’area. Nulla di nuovo, la regione Indo-pacifica è diventata dai tempi di Obama, con il famoso Pivot to Asia, il principale scenario di riferimento della politica estera statunitense. Se non fosse che la nuova alleanza strategica implica anche un nuovo contratto di fornitura di sottomarini a propulsione nucleare americani che hanno portato Canberra a cancellare il precedente accordo sottoscritto con la Francia. E qui apriti cielo, i francesi non l’hanno presa affatto bene, hanno usato toni molto duri nei confronti di Washington e Londra, richiamando addirittura i rispettivi ambasciatori. Per non parlare della scontata e ovvia reazione di Pechino che ha accusato gli USA di continuare a praticare una mentalità da Guerra Fredda, ideologicamente prevenuta.

Questa crisi diplomatica tutta in ambito occidentale potrebbe essere nulla in confronto ai problemi di approvvigionamento energetico derivanti da un aumento eccessivo dei prezzi del gas. Si perchè mentre ci si avvia, lentamente, verso una risoluzione del problema pandemico, gli effetti della diffusione del virus Covid 19 sull’economia e la società perdurano ancora. Le forti pressioni logistiche generate da forti sbalzi di domanda e offerta, le difficoltà create nel settore del trasporto aereo e navale hanno dato vita alla peggior crisi degli ultimi anni della supply chain, mettendo in crisi un settore consolidato negli anni.La supply chain è estremamente fragile ed i costi ulteriori che i distributori possono sopportare, senza cancellare la propria marginalità e/o caricare eccessivamente sul consumatore, sono ormai ridotti al minimo.

Le pressioni negative per una pronta ripesa dell’economia post-pandemica non derivano soltanto dai problemi della catena logistica, ma anche dal continuo risalire del prezzo dei rifornimenti energetici, in particolare del gas. Si comincia a parlare di un tanto temuto energy crunch, mentre sul mercato si iniziano a palesare i primi scontri per l’accaparramento degli introvabili cargo di gas LNG. Oltre ai colli di bottiglia generati da improvvisi crolli e poi aumenti della domanda, non pareggiati da un’analoga velocità dell’offerta, c’è la sensazione che anche qualche gigante della produzione stia giocando per ottenere qualche risultato politico (Russia e North Stream 2?). La situazione si riverbera anche sui consumatori finali, i quali saranno costretti, lo hanno anticipato diversi ministri, ad affrontare maggiori prezzi al consumo di gas ed elettricità nel corso del prossimo inverno.

Insomma, l’alta inflazione prevista per il prossimo anno, le tensioni lungo la supply chain globale, l’aumento dei costi energetici, il costo proibitivo che stanno raggiungendo alcune materie prime come l’acciaio, potrebbero frenare la tanto attesa crescita economica post-pandemia, così come spingere i consumi verso il basso. Il tutto senza considerare le crisi internazionali derivanti da un cambio di paradigma dell’ordine internazionale.

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