E’ sempre USA contro Cina

E’ sempre USA contro CIna

E’ una sensazione un pò strana ritornare con gli occhi e la mente all’Afghanistan, proprio nei giorni in cui il calendario ci ricorda che sono trascorsi 20 anni dall’attacco terroristico alle Twin Towers di New York. Biden e gli Stati Uniti tutti avrebbero voluto trascorrere questi giorni immersi nel dolore, nella celebrazione, nel ricordo come solo loro sanno fare, ed invece dovranno tenere gli sguardi rivolti ancora una volta all’Afghanistan. Solo all’ultimo momento è stata evitata un’ulteriore umiliazione, dato che i talebani avevano annunciato proprio per l’11 settembre la cerimonia di insediamento del nuovo governo. Avranno pensato che è meglio non stuzzicare troppo il gigante americano che, per quanto in ritirata, tiene molto ai simboli ed è dotato ancora di una straripante forza militare, nonostante sia sempre più restio ad utilizzarla.

Del resto i talebani, dopo aver rivelato i nomi dei componenti del nuovo governo, nel quale hanno avuto l’accortezza di inserire tutti coloro che si temeva ci potessero essere (Sirajuddin Haqqani, Mohammad Yaqoob, alcuni ex-prigionieri di Guantanamo), devono risolvere alcuni problemi interni. Innanzitutto problemi economici: le riserve monetarie afghane sono state congelate e non c’è modo di rientrarne in possesso, considerato che l’apparato statale precedente è crollato e i sussidi internazionali che lo tenevano in piedi sono stati immediatamente ritirati. I talebani sono, pertanto, in cerca di nuovi finanziatori: si sono fatti vivi Cina, Russia, Iran e Pakistan. C’è poi il problema della resistenza nella valle del Panshir, dove i seguaci del comandante Massoud, guidati dal figlio Ahmad Massoud, non hanno alcuna intenzione di cedere terreno. Ed infine c’è la necessità dei talebani di apparire meno estremisti, più inclini al confronto e aperti al cambiamento; cosa che gli riuscirà molto difficile fare.

In questo contesto strategicamente complicato, cresce sempre di più la paura per l’aumento dell’inflazione e dei prezzi delle materie prime. La pandemia, le disruptions lungo le supply chain globali, un’offerta che non riesce a stare al passo con la domanda, un generale senso di incertezza hanno generato anomali rialzi generali dei prezzi. Il governatore della Federal Reserve statunitense, Jerome Powell, così come altri governatori, ritiene che questa inflazione sia temporanea e destinata in breve tempo a rientrare nel fatidico range ottimale del 2%. Ma le preoccupazioni degli analisti sono tante, concentrate adesso sull’impennata dei prezzi dell’acciaio, un metallo importante per la ripresa post pandemica. Non ha di certo aiutato il recente colpo di stato in Guinea, il maggior produttore al mondo di bauxite, uno dei componenti dell’allumina, la principale sostanza utilizzata per fare l’alluminio, ma le tensioni si respiravano nell’aria già da tempo. Colpa delle difficoltà del commercio internazionale, ma anche dei limiti alle importazioni di acciaio imposte dall’Unione Europea che rallentano la ripresa delle industrie.

E’ sempre USA vs Cina. Lo è in Afghanistan, dove i cinesi vogliono porsi come interlocutori privilegiati del governo afghano, lo è per la questione acciaio, dove dietro le decisioni politiche prese sinora c’è l’ostilità nei confronti di Pechino che inonda il mercato di questo materiale, proponendo ad un prezzo più basso dei concorrenti (anche se di scarsa qualità). Il confronto tra i due giganti, per ora sono escluse Russia, potenza solo militare, e India, altra potenza in fieri rallentata da uno sviluppo non sempre coerente e che sembra essersi bloccato sulla questione della difesa delle etnie. Gli USA sembrano n difficoltà ed il presidente Biden si è sentito in dovere di chiamare la sua controparte cinese, Xi Jinping. Alla base del colloquio la necessità di ristabilire delle linee di contatto dirette, ufficialmente per coordinare le decisioni da intraprendere per combattere il climate change ed affrontare la transizione energetica. Ufficiosamente, però, c’è la necessità da parte USA di evitare qualsiasi tipo di escalation militare, anteponendo gli strumenti della collaborazione a quelli del conflitto. La confusionaria ritirata dall’Afghanistan ha mostrato che gli USA avevano la necessità di andarsene. Vedremo se sarà stata la decisione giusta.

Categorie:Political Risk

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