Il Vaso di Pandora

Il Vaso di Pandora

In un momento in cui l’economia globale sembra riprendere il suo cammino di ripresa, almeno stando alle previsioni delle principali società previsionali del globo, nuove paure si prospettano all’orizzonte. E come spesso capita, eccezion fatta per la recente epidemia di coronavirus, provengono dagli USA. Il rischio principale proviene da un eccessivo aumento dell’inflazione che potrebbe mangiare parte della crescita economica che in futuro si verificherà, causa rimbalzo post-covid, a meno di risorgenze del virus in altre forme non coperte dalla diffusione globale dei vaccini. Il timore principale non è per l’inflazione in sé, bensì per la possibilità che le banche centrali, vista la nuova situazione in prospettiva, possano decidere di cessare, anzitempo, gli stimoli monetari che hanno profuso, sinora, in maniera copiosa. Cosa accadrà quando questi stimoli cesseranno? Come reagiranno i mercati? Domande alle quali adesso è difficile rispondere, considerato che la Fed statunitense considera questi rialzi temporanei. Almeno per il momento.

Direttamente correlata al pericolo inflazionistico è la situazione di crunch in cui si sta infilando gradualmente la supply chain globale. Dei problemi legati ai semiconduttori se ne è parlato già abbastanza, ma la crisi logistica sta coinvolgendo pian piano anche altri tipi di materiali ed i settori ad essi legati. Per non parlare del fatto che ogni disruption lungo la catena logistica amplifica ulteriormente il problema: alcune disfunzionalità verificatesi in porti cinesi, malesi e taiwanesi hanno accresciuto ulteriormente i ritardi già elevati nella consegna delle merci. Inoltre, l’errato posizionamento dei container a livello globale, una delle tante conseguenze del Covid, deve essere ancora risolto e necessita di ulteriore tempo. Monitorare la situazione in ogni collo di bottiglia (vedi Canale di Suez) diventa quindi di importanza strategica, fondamentale, e bisognerà trovare una forma di coordinamento che, al momento, appare abbastanza improbabile. Con effetti notevoli sulla ripresa economica, il cui inizio non può essere procrastinato ulteriormente, pena la presentazione di seri problemi politici, interni e globali.

Non a questo è valso il viaggio europeo del presidente USA Joe Biden, il quale ha cercato di ribadire la posizione del suo paese sullo scacchiere globale. Ha rassicurato gli alleati NATO, quelli della UE, ma si è recato a discutere anche con l’arcinemico russo capitanato da Vladimir Putin. E qui nascono i dubbi. Veniamo da anni in cui l’establishment americano ha picconato la politica estera di Donald Trump, considerandola troppo accomodante nei confronti della Russia, eppure nell’ultimo documento proposto dalla NATO, il nuovo nemico strategico è diventata la Cina, con Mosca relegata in secondo piano. Ed inoltra, in ambio UE, le posizioni nei confronti della Russia sono molto differenziate: si parte dall’aperta ostilità dei paesi baltici e dell’est, alle recenti generose aperture di Germania e Francia, che per bocca di Merkel e Macron hanno caldeggiato la necessità di un summit per rilanciare i rapporti tra Bruxelles e Mosca. Ovvio che la necessità tedesca di portare a compimento, nel più breve tempo possibile, il famigerato Nord Stream 2, il gasdotto che dovrebbe portare l’energia necessaria per la definitiva affermazione economica del gigante tedesco, indirizzi la politica estera di Berlino, così come è altrettanto ovvio che il gigante cinese cominci a far paura e che la decisione di ostacolarne l’espansionismo possa convincere molti a mettere da parte antiche ostilità.

Insomma,come già detto in altre occasioni, siamo solo all’inizio di un periodo di riposizionamenti politici, economi e strategici che non è dato sapere dove condurranno. Sullo sfondo, oltre le nuove sfide del futuro, anche una serie di scenari non risolti, come ad esempio l’impegno in Afghanistan che gli USA, e i suoi alleati, hanno deciso di non portare a termine, aggiungendo un’altra questione irrisolta al Vaso di Pandora che potrebbe presto aprirsi.

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