Lo Stato contro Big & Gig

Lo Stato contro Big & Gig

La corsa globale al raggiungimento della sicurezza sanitaria, e di riflesso anche economica, non conosce sosta e si arricchisce di spunti interessanti. Dopo una serie di infruttuosi tentativi COVAX, la coalizione globale contro il virus, è riuscita a far arrivare circa 600 mila dosi di vaccino Astrazeneca in Ghana. E’ una quantità molto piccola, dato che essendo necessaria la somministrazione di due dosi a persona, riuscirebbe a coprire soltanto l’1% della popolazione (31 milioni di abitanti circa), ma è un primo passo importante per aiutare anche i paesi più poveri e con strutture sanitarie più scarse. E’ un passo importante anche per la coscienza dei governi dei paesi con reddito più alto, accusati di essersi accaparrati, in virtù delle loro maggiori disponibilità economiche, la gran parte delle dosi disponibili. Ma la diffusione del vaccino segue anche interessanti linee geopolitiche che rinsaldano alleanze o ne generano di nuove. Israele, uno dei paesi più avanti, nel processo di vaccinazione nazionale, ha iniziato a fornire dosi di vaccino non soltanto ai paesi limitrofi, ma anche a quei paesi che hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale. Pechino ha iniziato la distribuzione del suo vaccino Sinovac nei paesi dell’America Latina, col chiaro intento di guadagnare terreno nel cortile di casa statunitense. Non sembra avere la stessa capacità geopolitica la Russia, il cui vaccino Sputnik sembra affrontare problemi di produzione che ne limitano la possibilità di esportazione. A margine di tutto ciò, la notizia positiva è che tutti questi vaccini stanno dimostrando alte percentuali di efficacia e la decisione della Gran Bretagna di somministrare una sola dose di vaccino alla maggior parte della popolazione si sta rivelando vincente.

Non c’è solo la battaglia contro il Covid a dominare il dibattito pubblico globale in questi giorni, ma anche i nuovi scontri tra stato ed imprese di Big Tech e Gig Economy. Non è ancora terminata la disfida borsistica tra hedge fund e piccoli investitori attorno a Game Stop, ovvero tra attori “istituzionali” e “popolo”, che nuove sfide si pongono all’orizzonte. Diverse sentenze emanate in giro per il mondo hanno iniziato a definire meglio il rapporto tra lo Stato e i nuovi lavori e nuove imprese, laddove le regolazioni nazionali fanno fatica a stare al passo con le evoluzioni crescenti della società. In Gran Bretagna ed in Italia ci sono stati due pronunciamenti favorevoli all’assunzione, con regolare contratto, dei lavoratori di Uber e delle ormai onnipresenti società di food delivery. La questione è molto spinosa, giuridicamente impegnativa, e i cambiamenti che ne potrebbero derivare per il mercato del lavoro saranno importanti. Naturalmente la mancanza di molte tutele sanitarie depone a favore di questo tipo di sentenza, anche se c’è da dire che proprio la flessibilità è stato l’elemento determinante per l’affermazione di tali realtà e, in parte, per l’assorbimento di una quota lavorativa della popolazione che, in tempi di crisi, ha compensato la perdita del lavoro e la diminuzione del proprio reddito. A questa importante battaglia di civiltà, si è aggiunta quella nei confronti della diffusione di contenuti informativi attraverso le piattaforme social. Anche in questo caso si tratta di una questione spinosa che, da anni, si cerca di definire in maniera univoca, ma che si blocca puntualmente ad un punto morto, stretto tra la necessità dei grandi produttori di informazione di monetizzare i loro contenuti e l’intransigenza dei Big dei social. In Australia. una proposta di legge per regolare la condivisione sui social di prodotti informativi, è stata osteggiata fortemente da Google e Facebook che hanno bloccato molte delle loro funzioni, compresa la fornitura di importanti informazioni di utilità e pubblica sicurezza. La proposta di legge australiana è stata ritirata e Google e Facebook hanno ripristinato le loro funzioni. Il problema però rimane. E soprattutto resta da capire con chi si schiererà il “popolo”? Con lo stato, che ha il compito di tenere a bada lo strapotere crescente di queste società, oppure a favore degli esponenti di Big Tech, che oramai condizionano e dirigono le nostre vite più di chiunque altro?

Sul fronte politico continua l’offensiva del nuovo presidente USA Joe BIden, sempre più intento a rovesciare i capisaldi della politica del suo predecessore Donald Trump. Lo sguardo del neo presidente questa settimana è stato rivolto al Medio Oriente, dove in risposta ad un attacco, di probabile matrice iraniana, alla base americana di Erbil, Biden ha ordinato il primo strike aereo della sua presidenza, colpendo alcune postazioni di milizie iraniane dislocate nell’Est della Siria. Il bombardamento ordinato da Biden non è stato accolto bene da diversi esponenti politici, i quali rinfacciano ai democratici un atteggiamento eccessivamente interventista. Biden ha anche rivisto la sua posizione nei confronti dell’Arabia Saudita, elevando a suo uno interlocutore Re Salman e retrocedendo Mohammad bin Salman, interlocutore privilegiato di Donald Trump. Oltre alla volontà di differenziarsi dal suo predecessore, la decisione di Biden è sicuramente motivata dalla conoscenza di un rapporto della CIA che attribuisce proprio a MBS la responsabilità della morta di Jamal Kashoggi, il giornalista oppositore ucciso all’interno dell’ambasciata saudita a Istanbul. Dove la politica estera di Biden sembra ricalcare quella di Trump, non nei modi ma nelle finalità, è nelle azioni nei confronti della Cina, oramai individuata quale nemico strategico numero 1. Le prime avvisaglie di problematiche riguardanti la supply chain americana, hanno spinto l’ex senatore del Delaware ha emettere un ordine esecutivo per la revisione della catena logistica USA. Lo scopo esplicito è quello di risolvere un problema pratico che sta già colpendo l’industria automobilistica USA, mentre quello implicito è di rompere la dipendenza dalla Cina, riducendo anche la sua possibilità di influenza. In caso di decisioni forti da parte di Washington, ci si aspetta controdecisioni altrettanto forti da parte di Pechino. Ormai la strada dello scontro è tracciata.

La gig economy, spiegata bene

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