Il Rinoceronte e il Cigno #48

Proscenio globale nel quale si dipanano politica, economia e strategia

VEDREMO…

Conclusa la diatriba elettorale (è finita, vero Donald?) è tempo per la nuova amministrazione Biden di dispiegare i suoi effetti. Messo alle strette dalla gran parte dell’ala più moderata del partito repubblicano ed anche da alcuni suoi consiglieri, nonché dal rigetto dei ricorsi presentati, Donald Trump ha detto a quelli della sua amministrazione di cooperare con i nuovi inquilini della Casa Bianca. Il magnate statunitense non ha fatto una concessione completa a favore del neo presidente Biden, spera ancora in un colpo a sorpresa dell’ultimo minuto, ma ha dovuto fare qualche passo indietro circa le sue rivendicazioni: ha dato istruzione ai suoi uffici di fare quello che è necessario ed ha rilasciato i fondi per la transizione. Mentre Trump sembra pian piano recedere dai suoi propositi, Biden ha scelto coloro che lo accompagneranno in questa nuova avventura presidenziale per i prossimi quattro anni. Le scelte di Biden sono tutte nel segno della “normalità”, riportando la logica di partito al centro, diversamente dalla rottura portata avanti da Donald Trumo, anche se non sono mancate alcune novità. Anthony Blinken, veterano della politica statunitense e amico di vecchi data di Biden, sarà il nuovo segretario di stato, mentre Jake Sullivan e Linda Thomas-Greenfiled saranno, rispettivamente, consigliere per la sicurezza nazionale e ambasciatrice all’ONU. Sono tutte e tre scelte “classiche” che riflettono la volontà di riaffermare una politica statunitense favorevole alle alleanze globali e al multilateralismo. Maggiori novità rappresentano le scelte di John Kerry quale rappresentante del presidente per il cambiamento climatico, di Avril Haines quale capo dell’intelligence nazionale, la prima donna ad essere nominata in questo incarico, e di Alejandro Mayorkas che sarà il primo ispanico a guidare il dipartimento della Homeland Security. Al netto di qualche altro colpo di scena che Donald Trump ci riserverà sicuramente, rimane un altro scoglio da superare per il neo presidente Biden, ovvero le elezioni per il Senato in Georgia del prossimo 5 gennaio. Da lì si capirà se il partito democratico, in netto vantaggio nella Camera dei Rappresentanti, riuscirà a garantirsi la parità con i repubblicani al Senato, oppure Biden dovrà convivere con una Camera a lui sfavorevole. Vedremo.

Le figure chiave della nuova amministrazione Biden

La situazione di blocco nel quale versa la politica americana non trova riscontro negli altri paesi del globo, i cui leader si muovono, agiscono, prendono decisioni. Anzi, il vuoto americano crea spazio per scelte intraprendenti e pesanti, gestite in modo da creare una situazione di fatto da presentare all’amministrazione Biden. E così accade che il premier israeliano Benjamin Netanyahu si rechi in Arabia Saudita ad incontrare Mohammad bin Salman, pare fosse presente anche il segretario di stato USA Mile Pompeo, e decidere chissà cosa. Forse il motivo di quell’incontro era per avere l’ok di Stati Uniti e Arabia Saudita per l’uccisione di Mohsen Fakhrizadeh, fisico iraniano, responsabile del programma nucleare del proprio paese. Un’uccisione che ha destato scalpore per l’importanza del personaggio e per le modalità, un attentato alla sua auto a 40 km dalla capitale Teheran. Un attentato la cui responsabilità è stata attribuita ai due nemici principali dell’Iran, USA e Israele, che però hanno entrambi negato. Sarà difficile stabilire le reali responsabilità di un evento del genere, che rientra però nel modus operandi israeliano, così come l’eventuale assenso fornito dagli USA. Ma il cammino verso l’uscita di Donald Trump prevede una serie di colpi di scena e quanto avvenuto in Medio Oriente potrebbe essere soltanto il preludio a cose più grosse e pericolose da affrontare per la successiva amministrazione Biden. Se nel programma di Biden c’è il rientro negli accordi di Parigi sul clima e nell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Trump prosegue nella sua opera di disimpegno e porta gli USA anche fuori dal trattato Open Skies. Il trattato, al quale partecipano 34 nazioni, consentiva ai membri di uno stato di effettuare voli di ricognizione nello spazio aereo di un altro stato, purché si trattasse di voli “non armati”. Il DIpartimento di Stato USA ha comunicato l’uscita statunitense a causa delle numerose violazioni del trattato da parte della Russia che avrebbe negato voli di ricognizione in alcune aree del paese. L’inconsistenza USA ha avuto riflessi anche sulla riunione del G20, svoltasi in Arabia Saudita a Ryad, il cui esito è stato un semplice comunicato con l’impegno per una distribuzione capillare dei vaccini in arrivo per il Covid-19, prevedendo una quota anche per i paesi più poveri che hanno sistemi sanitari deboli. In tutt’altra direzione sembrano voler andare i paesi asiatici che hanno siglato il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un accordo commerciale-economico tra 15 paesi del continente. L’accordo potrebbe spingere ad una commistione ancora più stretta tra tre importanti attori asiatici, ovvero Cina, Giappone e Corea del Sud. Vedremo.

Le missioni Open Skies

Nella lunga ed estenuante corsa globale al vaccino da Covid-19, si è aggiunto un terzo partecipante. Oltre a BioNtech-Pfizer, e Moderna anche Astrazeneca ha comunicato di aver terminato la sperimentazione del suo vaccino, con risultati che in media hanno avuto un’efficacia apri al 70%, con punte oltre il 90%. E’ un risultato importante per un vaccino di marca europea, ma l’annuncio è stato un pò oscurato dalla non chiarezza di alcuni dati della sperimentazione e da un attacco hacker che la stessa azienda avrebbe subito, pare da un gruppo nordcoreano. Nel frattempo i casi di coronavirus hanno oltrepassato i 60 milioni a livello globale, benché le speranze di un vaccino per il 2021 abbiano dato un pà di buonumore alle varie cancellerie. In molti paesi europei la seconda ondata del virus sembra iniziare la sua fase discensiva, il che spinge all’alleggerimento delle pesanti misure di lockdown intraprese. Le vacanze natalizie si avvicinano e la discussione sulle migliori misure da intraprendere, anche per dare un pò di respiro alle economia in difficoltà, è molto vivace. In Europa, si discute da giorni e lo si continuerà a fare, sulla necessità di aprire o meno gli impianti sciistici: è una decisione difficile perché alcune aree sopravvivono economicamente solo grazie alle entrate derivanti dal turismo invernale. Chissà se questa volta le nazioni europee saranno capaci di agire in maniera coerente ed unita. Vedremo.

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