Il Rinoceronte e il Cigno #38

Proscenio globale nel quale si dipanano politica, economia e strategia

Coronavirus, sempre coronavirus, solo coronavirus. Da mesi il coronavirus è diventato l’unico tema di discussione possibile, la preoccupazione giornaliera che alberga in ognuno di noi. E’ vero che forse non c’è l’attesa spasmodica per il rilascio quotidiano dei dati giornalieri su contagiati e terapie intensive, ma è altrettanto vero che stiamo vivendo un’esistenza “sospesa” da mesi. Non si riesce a programmare nulla, è difficile pensare al futuro, non facciamo altro che attendere che tutto passi. In Italia è iniziato l’anno scolastico, tra mille difficoltà ed incertezze, ed ora c’è una tensione di fondo, strisciante, nella speranza che tutto possa andare bene e si possa tornare, con tranquillità, a ripensare ad esistenze “normali”. Non siamo, ovviamente, l’unico paese a vivere questo tipo di dramma sociale, anzi, dall’analisi dei dati, ci stiamo comportando meglio degli altri: in Europa, Francia e Spagna hanno tassi di crescita molto più alti dei nostri, e le autorità hanno cominciato già ad istituite alcuni lockdown “locali”, laddove si registrano concentrazioni eccessive di contagi. Ormai non è più il caso di definire se e quando ci sarà una seconda ondata, ma piuttosto di capire se i sistemi sanitari nazionali sapranno trovare le giuste contromosse, così come se gli stati nazionali riusciranno ad identificare soluzioni alternative ai lockdown nazionali.

Le prospettive di crescita economica cominciano a preoccupare molti governanti, perché nella generale incertezza che regola il nostro futuro ci sono stati pochissimi e sporadici segnali di ripresa. L’ultimo report economico rilasciato dall’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ha evidenziato che le misure di contenimento del virus hanno avuto un impatto pesante sulle attività economiche nel secondo quarto del 2020. Per l’intera area dei paesi del G20 il crollo è stato del 6.9%, di molto superiore al -1.9% fatto registrare nel primo quarto del 2009, ovvero nel pieno della crisi finanziaria globale. A presentare i dati peggiori sono stati l’India, con -25.2%, Regno Unito, -20.4%, Messico, -17,1%, Sud Africa, -16,4%, Francia e Italia, rispettivamente -13.8% e -12.8%. A fronte di un crollo dell’economia statunitense del 9.1%, la Cina è l’unica ad aver fatto registrare una crescita nel secondo quarto del 2020, pari a +11.5%, mostrando di fatto dei primi segnali di ripresa laddove l’epidemia è nata e si è diffusa per prima. Ciò che preoccupa ulteriormente gli analisti è che l’economia post Covid, ovvero i suoi propositi di crescita, potrebbero seguire modelli di sviluppo anomali. La tanta agognata crescita economica post Covid potrebbe non essere a V, U o L, bensì a K: le economie potrebbero rispondere diversamente alle difficoltà, per cui si realizzerebbe un disaccoppiamento tra economie sviluppate ed economie emergenti, con le prime in crescita, anche grazie agli strumenti e alle disponibilità di cui godono, e le seconde in diminuzione, da qui il modello a K.

Le prospettive economiche dell’OCSE

Queste prospettive di crescita rappresentano una preoccupazione importante per i paesi europei, già dotati di una crescita anemica, se paragonata a quella di altre aree del globo. Vi sono, però, altre due questioni che inquietano i governanti europei: la Brexit e la questione Bielorussia. La questione della fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea è tutt’altro che risolta, anzi è in alto mare, dato l’approssimarsi della scadenza del 31 ottobre. In questi giorni il premier britannico Boris Johnson ha deciso di complicare ulteriormente le cose, rigettando sul tavolo la questione dell’Irlanda del Nord. Negli accordi per la Brexit si era deciso che nessun confine fisico sarebbe stato stabilito tra l’Irlanda, membro della Ue, e l’Irlanda del Nord, membro del Regno Unito. La decisione preoccupa molti, perché l’istituzione di un confine fisico tra le due Irlande, giustificata dai britannici per l’influenza che potrebbe avere sul mercato interno, porta molti con la mente indietro, agli scontri tra protestanti e cattolici che hanno inquinato la vita pubblica dei nordirlandesi. L’istituzione di un nuovo confine potrebbe esacerbare nuovamente gli animi e mettere a rischio una pace ottenuta con molta difficoltà. La situazione è molto complessa, si rischia uno scontro diplomatico non indifferente: sono dovuti intervenire gli USA, con Mike Pompeo recatosi in fretta e furia in UK per sottolineare la necessità di garantire la pace in Irlanda del Nord. Nei pressi del confine orientale dell’Europa, in quella Bielorussia terra di mezzo tra Unione Europea e Russia, continuano le proteste popolari nei confronti del presidente Lukashenko. Il protrarsi delle proteste e l’ostilità diffusa di quasi tutti i governi europei, hanno convinto Lukashenko a rivolgersi all’amico-nemico di sempre, ovvero il presidente russo Vladimir Putin. I due si sono incontrati a Sochi, e Putin ha promesso aiuti per 1,5 miliardi di dollari, sostegno alla sicurezza, esercitazioni congiunte. Insomma le solite cose che Putin promette ovunque vada, bisognerà vedere se questa volta basterà.

In tale direzione vanno inquadrate le parole di Ursula von der Leyen, nel suo primo discorso sullo Stato dell’Unione. Dopo aver delineato le priorità della sua presidenza, ovvero sanità, economia verde, agenda digitale, von der Leyen si è soffermata sui capitoli più scottanti dell’agenda internazionale, invocando un’Unione Europea più forte, ribadendo quindi la convinzione di una Commissione Europera più geopolitica. Per quanto attiene alla questione Bielorussia, ha ribadito che l’UE è al fianco della popolazione, per le schermaglie nel Mediterraneo orientale ha ricordato la piena solidarietà nei confronti di Cipro e Grecia nella protezione dei loro diritti legittimi di sovranità, infine per la Brexit ha sottolineato che sarebbe un male per il Regno Unito e per le sue relazioni con il resto del mondo, non rispettare i trattati.

L’incontro tra Putin e Lukashenko

Compresa la tirata d’orecchi all’amico britannico, gli USA sono impegnati su più fronti: il presidente Trump, preoccupato per i sondaggi in vista delle prossime elezioni presidenziali, ha dato mandato di spingere forte in politica estera. Il 15 settembre, con la firma degli accordi di Abramo, si è dato inizio ad un Nuovo Medio Oriente: gli accordi prevedono la normalizzazione dei rapporti tra Israele e le controparti arabe Emirati Arabi Uniti e Bahrein. L’importanza degli accordi di Abramo non sta soltanto nel suo significato diretto, ma anche in quello indiretto: Trump ha rivelato che ci sono altri cinque paesi in coda per siglare accordi di normalizzazione con Israele, tra i quali anche l’Arabia Saudita, e tutto ciò, qualora si concretizzasse, rappresenterebbe un vero e proprio scacco all’Iran. Sul fronte cinese la battaglia si svolge principalmente nell’ambito commerciale e tecnologico, dove i risultati sono alterni. Gli USA continuano a spingere sulla questione dei diritti umani per porre dei limiti all’importazione di beni cinesi, anche se una giuria di esperti dell’Organizzazione Mondiale del Commercio ha valutato che i dazi imposti dall’amministrazione Trump violano le regole internazionali. Nell’ambito tecnologico l’amministrazione Trump ha approvato, ormai sul gong, la proposta di acquisizione da parte di Oracle e Walmart della branca statunitense della popolare app Tik Tok.

La firma degli accordi di Abramo

Insomma, la situazione strategica è abbastanza chiara e determinata ormai da tempo. Da una parte gli Stati Uniti di Trump che, nella loro visione, vogliono rinnovare l’immagine di potenza americana, senza ricorrere per forza di cose allo strumento militare, ma facendo pressione politica in diversi modi, oppure ricorrendo alla “nuova” arma della guerra economica. Dall’altro lato la potenza cinese, con Pechino che cerca di rispondere a Washington in ogni modo, stando però sempre attenta alla propria posizione in ambito commerciale, posizione che le permette di tenere sopiti i problemi interni e di ergersi quale scenario alternativo a quello americano. Nel mezzo tutta una serie di attori, quelli che Parag Khanna definisce secondo mondo, intenti a cercarsi il loro spazio vitale, avvicinandosi pertanto, di volta in volta, all’una o all’altra potenza. E’ il caso della Turchia di Erdogan che si mostra sempre più assertiva nel Mediterraneo orientale, oppure del Giappone che si è affidato alla nuova leadership di Suga, o ancora del’Unione Europea che, quando parla con unica voce, può davvero diventare un terzo attore tra i due contendenti principali. E’ evidente, almeno per chi scrive, che la potenza americana è tuttora ineguagliata e non è raggiungibile in poco tempo, ma l’inevitabile disruption provocata dal virus Covid-19 potrebbe aprire scenari finora impensabili.

Categorie:Political Risk

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