L’India alla ricerca di una nuova strategia

Nel pieno del continente asiatico, il confronto tra due potenze, una perennemente in fieri, l’India, e l’altra oramai definitivamente affermata, la Cina sta assumendo proporzioni molto ampie e generando conflitti sempre più frequenti, peraltro non più limitati all’ambito militare. Nel corso di quste settimane connotate dalla problematica diffusione del virus Covid-19, le truppe di Pechino e New Delhi si sono scontrate nella Galwan Valley lungo la cosiddetta Line of Control (LoC), ovvero la linea di confine tra le due nazioni, i cui contorni sono tutt’altro che definiti. Gli scontri avvenuti la notte del 15 giugno, i più violenti da oltre 50 anni, hanno causato la morte di venti soldati indiani, oltre che numerosi feriti, mentre Pechino non ha rilasciato alcun dato riguardo alle sue vittime. I contatti diplomatici tra le due cancellerie sono stati immediati e nel giro di pochi giorni sono stati rilasciati anche i dieci soldati indiani catturati dalle truppe cinesi.

Nonostante la pronta risoluzione diplomatica della faccenda, la tensione tra Pechino e New Delhi è palpabile. Cina e India da tempo si contendono il primato dell’area e si sfidano in continuazione in ogni settore, da quello militare a quello economico e tecnologico. La Cina, però, è riuscita meglio nel suo intento ed è diventata un attore globale più importante dell’India: le due nazioni avevano un PIL praticamente uguale nel 1975, mentre oggi il PIL cinese è cinque volte quello indiano. Dal punto di vista militare il rapporto è un po’ più bilanciato perché l’India possiede una forza aerea maggiore e basi meglio dislocate, mentre la Cina è tra le nazioni al mondo che hanno investito di più nel rinnovamento e potenziamento del proprio strumento militare. Tali investimenti hanno consentito a Pechino di avere un atteggiamento più muscoloso al di fuori dei suoi confini: sono continui i pattugliamenti nel Mar Cinese Meridionale, dove vi sono diverse zone contese, così come è crescente la pressione nei confronti di Hong Kong e Taiwan. Ma l’avanzata cinese non è costellata solo di successi: emblematico è il caso della diffusione del coronavirus, che avrà ripercussioni non solo economiche, così come bisognerà valutare compiutamente l’evoluzione ad Hong Kong dove le proteste popolari vanno avanti oramai da mesi. La crescente assertività cinese spinge l’India a ricercare nuove alleanze strategiche, se non vuole rischiare di essere schiacciata dal suo ingombrante vicino. In questo senso, il premier Narendra Modi ha rinsaldato i rapporti con gli USA di Donald Trump, ricevuto in pompa magna alcuni mesi fa proprio a New Delhi. La nuova strategia statunitense nei confronti della Cina, già implementata da Barack Obama, ha previsto un passaggio da un generico Pivot to Asia allo scenario dell’Indo Pacifico, significando quindi una sostanziale apertura ad alleanze con grandi partner non più confinati esclusivamente al continente asiatico. In questo quadro si inserisce la ripresa di un vecchio elemento strategico, il QUAD, ovvero l’alleanza tra quattro nazioni, USA, Giappone, Australia e India, che mirano ad accerchiare la Cina, che ha puntato invece sulla ricerca di alleanze con i suoi vicini più prossimi. In tale scenario si colloca l’incontro “virtuale”, causa pandemia, tra India e Australia avvenuto lo scorso 4 giugno: il summit ha consentito l’elevazione della relazione tra i due paesi a livello “Comprehensive Strategic Partnership” che prevede la cooperazione marittima nella regione dell’Indo Pacifico. Aldilà dei contenuti tecnici della Shared Vision tra i due stati, la sensazione è che l’India voglia approfittare del crescente interesse statunitense nell’area, al fine di riprendere un cammino di riaffermazione politica-economica interrotto troppo spesso.

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