Back and forth #24

Guardare indietro per andare avanti…

Mentre si cerca di capire se ci sarà o meno una seconda ondata del virus Covid-19, la maggior parte dei paesi nel mondo ha intrapreso la strada della riapertura totale delle attività, mantenendo sempre in essere le norme igieniche e di distanziamento sociale. Al momento i casi totali di positivi al virus, sempre secondo il conteggio effettuato dalla John Hopkins University, sono oltre 7 milioni e 650 mila, mentre le vittime hanno oltrepassato quota 425 mila. Il principale focolaio di questa vicenda rimangono sempre gli Stati Uniti con 114 mila vittime su più di due milioni di casi, mentre subito dietro si piazzano Brasile e UK, entrambi ormai sopra i 41 mila decessi. Tutti e tre i paesi, ovvero USA, UK e Brasile, sono connotate da leadership che hanno preso poco sul serio la minaccia Covid-19, o quanto meno l’hanno sminuita nella fase iniziale: secondo una ricerca effettuata da alcuni medici inglesi, se si fossero attuato il lockdown una settimana prima, ci sarebbero state molte vittime in meno. Questo la dice lunga sul senso di responsabilità di leader che non hanno esitato a sacrificare sull’altare della politica, la vita e la sicurezza dei propri cittadini. Il primo tra i paesi più rilevanti ad uscire dall’emergenza è la Nuova Zelanda, guidata dalla premier Jacinda Ardern, paese che è stato naturalmente “favorito” dall’insularità, ma che ha anche intrapreso alcune delle procedure più restrittive al mondo. All’opposto si posiziona l’India, dove il numero dei casi di coronavirus sta crescendo in maniera esponenziale e si prevede che, entro la fine di luglio, si oltrepasseranno i 500 mila casi, con un sistema sanitario non in grado di affrontare un’emergenza del genere.

New Zealand on course to eliminate coronavirus with zero active cases

Delhi coronavirus cases set to explode, hospitals running out of beds

La mappa della John Hopkins University
Rischio o Risiko politico?

Razzismo e revisionismo. Nonostante le problematiche riguardanti la diffusione incontrollata del virus negli USA, non si sono fermate le rivolte popolari per l’uccisione dell’afroamericano George Floyd, a cui si sono aggiunte le proteste della comunità nera, rappresentata dallo slogan Black Lives Matter, per il razzismo ancora presente nella società statunitense. Le proteste si sono estese anche in Europa, dove numerose sono state le manifestazioni, meno violente e con meno scontri, di solidarietà nei confronti delle minoranze. Queste proteste hanno avuto il loro spinoff nella rimozione e nei numerosi atti vandalici nei confronti di alcuni personaggi storici dalla dubbia moralità. Le proteste hanno gettato un’ombra inquietante sulla società americana che fa fatica ad affrontare il suo passato ed i problemi che contraddistinguono il suo melting pot. Inoltre, c’è in ballo la lotta politica per la presidenza degli USA che vedrà Joe BIden, candidato democratico, sfidare il presidente uscente Donald Trump. Fino ad ora sul tavolo della discussione predominava la gestione dell’emergenza virus ed il conseguente rapporto con la Cina, argomento nel quale Trump sembrava nettamente favorito. Le proteste della comunità afroamericana e la necessità di “sfruttarle” politicamente sono invece l’habitat naturale di Biden, il quale vanta da sempre un ottimo rapporto con le minoranze statunitensi. C’è il rischio politico che l’approssimarsi del confronto elettorale possa esacerbare i rapporti tra le varie comunità e generare forti contrasti in una società già molto dilaniata.

The new american civil war

UK e Libano. Due note di rischio a margine. La Gran Bretagna ha ufficialmente comunicato all’Unione Europea che non necessita di una ulteriore estensione, oltre il 31 dicembre 2020, dei colloqui per la Brexit, nonostante ci si trovi in una situazioni di stallo totale. Michael Gove, il negoziatore britannico per la Brexit, ha affermato che l’introduzione delle nuove misure per i britannici che importano dalla UE saranno implementate un pò per volta, permettendo cosi un graduale adattamento al uovo regime. Nel frattempo, l’economia britannica ha fatto registrare un -20.4% rispetto al mese precedente, uno dei peggiori cali della storia. In Libano, invece, c’è un governo che sembra molto meno sicuro del suo futuro ed è quello del primo ministro Hassan Diaby. Il paese. già in difficoltà economiche per la crisi legata al virus, ha la sua valuta nazionale, la sterlina libanese, che si sta deprezzando fortemente: la sterlina, che per anni ha avuto un rapporto 1/1500 con il dollaro, questa settimana è passata a 1/6000. Il paese dei cedri è in crisi da diverso tempo, ha richiesto anche un prestito al Fondo Monetario Internazionale, ma l’accordo sembra molto lontano.

Lebanon in currency crisis as protests spread across the country

Un’economia omnicomprensiva

FED e mercati. E’ stata la settimana della Federal Reserve. Il governatore della FED Jerome Powell ha annunciato il prolungamento dell’attività di acquisto titoli e il mantenimento dei tassi a zero. Questi annunci rappresentato anche una previsione sul futuro economico del paese, ma anche di quello globale: ovvero la conferma che la ripresa sarà molto più lenta di quanto si prevede e di conseguenza sia l’occupazione che l’inflazione faranno fatica a ritornare a livelli ottimali. L’annuncio di Powell non è stato accolto bene dal mercato: nella giornata di giovedì il dollaro è crollato e così anche l’indice Dow Jones. Si tratta di una situazione molto complicata per gli USA, da parte di molti operatori del mercato vi è la sensazione che la FED abbia terminato la sua opera di stimolo e sia a corto di ulteriori misure, aspettando che quanto finora messo in campo faccia effetto.

Fed’s easy policy promises on long road to recovery hit dollar, helped bonds

Futuro di scontro o di cooperazione?

La quotidiana battaglia tra USA e Cina, che per diverse settimane ha riempito gli spazi dei giornali dedicati alla politica internazionale, ha lasciato spazio ad una battaglia tutta interna agli Stati Uniti d’America, quella riguardante la questione razziale. Il futuro degli USA quale laeder globale e paese guida per il resto del mondo, potrebbe essere compromesso da un trittico shock: la pandemia globale causata dal COvid-19, le difficoltà economiche, la questione razziale. La prima e la seconda causa di problemi sono fortemente correlati e la loro diffusione è globale, riguarda pressoché tutti gli stati del mondo, pertanto una sua risoluzione potrà e dovrà essere messa in campo anche attraverso il multilateralismo e la cooperazione. Il terzo problema, invece, è tutto interno agli USA e potrebbe rivelarsi il più difficile da affrontare, anche a causa di una leadership attuale non proprio attenta alle problematiche delle minoranze, nonché quello con maggiori conseguenze socio-politiche. Il revisionismo politico scatenatosi nel corso delle rivolte, con i danni a molti monumenti e statue appartenenti alla storia della guerra civile americana, hanno riportato alla luce vecchie frizioni tra il Nord ed il Sud del paese, che sembravano oramai consegnate ai manuali scolastici. Non è chiaro dove porterà tutto questo, ma è già particolarmente evidente che i mesi che porteranno alle elezioni presidenziali statunitensi saranno incandescenti e tutt’altro che connotati da un discorso politico moderato. In questa stessa direzione sembra andare anche la dialettica europea, dove ormai il contrasto tra gruppi di paesi all’interno della UE è evidente e non sembra attenuarsi col tempo. Nonostante il sostanziale riaprire delle frontiere tra i diversi paesi, sembra permanere un’ostilità di fondo tra paesi connotati da diversi modi di gestire l’economia e le finanze pubbliche. Eppoi c’è la Cina, alle prese con le accuse di irresponsabilità nella gestione dell’emergenza Covid-19 e con una immagine internazionale tutta da ricostruire. Nelle ultime ore, inoltre, pare che siano emersi nuovi casi di coronavirus a Pechino: se si dovesse presentare la necessità di un nuovo lockdown nella capitale, sarebbe una brutta notizia per il gigante cinese, ma lo sarebbe anche per la stabilità globale. Pechino non è Wuhan.

The future of the U.S. global leadership depends on how the nation addresses systemic racism

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