Back and forth #23

Guardare indietro per andare avanti…

I giorni difficili del virus Covid-19 sembrano ormai un lontano ricordo e, un pò dovunque nell’emisfero boreale si comincia a riaprire anche la possibilità di viaggiare e quindi di riaprire i confini. Secondo la John Hopkins University, global covid-19 case tracker, ad oggi i contagiati sono quasi 6 milioni e 900 mila, mentre i morti hanno toccato quota 400 mila. Alla testa di questa orrenda classifica ci sono sempre gli Stati Uniti che si apprestano a raggiungere quota 110 mila morti, di cui 30 mila nella sola New York, mentre in Europa il maggior numero di dicessi si registra in Gran Bretagna. Ho parlato in precedenza di emisfero boreale, perché preoccupa molto la situazione nell’emisfero australe, in particolare nel Sud America che sembra diventato il nuovo fronte del virus. Preoccupa, in quest’ultima settimana, la situazione del Messico che ha già oltrepassato i 100 mila casi complessivi ed i 10 mila morti: la sottovalutazione dell’emergenza da parte del presidente Jair Bolsonaro è stato un fattore chiave nell’avanzata del virus.

Global Covid cases

Ma questa è stata una settimana importante, forse decisiva, anche per l’Unione Europea. Innanzitutto la Banca Centrale Europea ha deciso di aumentare il proprio programma di supporto alla pandemia di ulteriori 600 miliardi, portando il totale a 1.350 miliardi. La decisione della BCE rappresenta un tentativo di mantenere costante e accessibile il flusso di capitali verso le economie europee ed in particolare nei confronti di quelle che hanno subito maggiormente danni dalla diffusione del virus. Il portavoce della BCE ha precisato che il programma potrà essere esteso fino al 2022, a seconda di come il virus si diffonderà. Gli stimoli promossi dalla BCE si aggiungono al Next Generation Fund promosso dalla Commissione Europea, pari a 750 milioni di euro, in modo da pareggiare le misure intraprese dalle principali economie del globo.

Rischio o Risiko politico?

Nelle ultime due settimane, a finire sotto la lente di ingrandimento del rischio politico sono gli Stati Uniti di Donald Trump. L’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte di un poliziotto, avvenuta a Minneapolis, ha scatenato le ire della popolazione afroamericana e dato vita ad una seri di proteste generalizzate nel paese, accusato di consentire atti di razzismo e violenza nei confronti delle minoranze. Numerose sono state le proteste e altrettanto numerose le risposte violente della polizia statunitense. La particolarità di queste proteste è che stanno scatenando una crisi istituzionale nel paese: la minaccia di Trump di schierare l’esercito ed invocare l’Insurrection Act è stata dichiarata inammissibile dal segretario alla difesa Mark Esper. Da allora è stato un continuo proliferare di membri del governo e delle forze armate schierarsi contro il presidente Donald Trump e le sue posizioni oltranziste nei confronti delle proteste. Questa crisi e la sottovalutazione dell’emergenza Covid-19 potrebbero rappresentare un elemento importante per le elezioni presidenziali di novembre.

Il competitor globale degli USA, ovvero la CIna di Xi Jinping, deve invece affrontare le difficoltà provenienti da Hong Kong. Lo scorso 4 giugno il parlamento di Hong Kong ha approvato una legge molto restrittiva che criminalizza coloro che non mostrano rispetto per l’inno nazionale cinese. La mossa giunge alcuni giorni dopo che le autorità cinesi avevano dato il via libera ad una nuova legge si sicurezza nazionale, da molti stati e organizzazioni etichettata come liberticida. La nuova legge sull’inno nazionale prevede pene severe per tutti coloro che non provano rispetto per l’inno nazionale, da uno a tre anni di prigione ed una multa di oltre 6 mila dollari.

Un’economia omnicomprensiva

Non ci sono molti dati rilevanti da segnalare per quanto riguarda l’economia globale. Interessante quanto è avvenuto alla sterlina nel corso di questa settimana, dove ha guadagnato circa il 3% sul dollaro, facendo registrare la miglior performance settimanale dallo scorso marzo. A trainare la sterlina, oltre alle difficoltà statunitensi di cui ho parlato in precedenza, probabilmente anche le aspettative del mercato britannico circa la possibilità di tassi negativi. Sulla sterlina pende, però, come una spada di Damocle la possibilità, oramai non più tanto remota, di una Brexit senza accordo con la UE. La prestazione della sterlina è legata alle difficoltà USA che hanno spinto gli investitori, finora fortemente presenti sul dollaro, ad investire in altre valute. Negli USA, però, questa è stata la settimana di un dato molto interessante riguardante la disoccupazione: il mese di maggio ha fatto registrare un incremento dell’occupazione di 2.5 milioni di persone. Un dato totalmente inaspettato che potrebbe prefigurare un ritorno alla normalità dell’economia statunitense che ha iniziato a riassumere coloro che erano stati licenziati nei mesi precedenti.

Futuro di scontro o di cooperazione?

Sullo sfondo della battaglia quotidiana e globale contro il virus Covid-19, si agita sempre più la contesa tra Stati Uniti e Cina. La contesa, che alcuni hanno già etichettato come una nuova guerra fredda, è totale, su ogni settore, con l’ambito militare in secondo piano, probabilmente perché Pechino è cosciente di avere un gap enorme da colmare rispetto a Washington. E’ evidente che con l’approssimarsi dell’appuntamento elettorale statunitense lo scontro strategico aumenterà sensibilmente, data la necessità dei due contendenti alla presidenza di inserire nel dibattito politico, ovviamente, le responsabilità cinesi sulla diffusione del virus nel mondo e le eventuali mosse da intraprendere. Le proteste quasi contemporanee negli USA e ad Hong Kong sono state entrambe cavalcate ad arte da Washington e Pechino: ognuno ha accusato l’altro di essere una finta democrazia e di opprimere il dissenso. In questo contesto è stato molto importante, dal punto di vista strategico, l’asse costruito da India e Australia, due paesi molto vicini agli USA. Il senso di questa alleanza, per ora limitata all’ambito militare, potrebbe essere la volontà statunitense di voler circondare il competitor cinese, garantendosi la fedeltà di paesi importanti dell’area dell’Indo-Pacifico.

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