Le difficoltà della supply chain globale

Se c’è una cosa che la diffusione di questo virus ha reso evidente, molto più di quanto pensassimo, è la profonda interconnesione tra stati ed economie anche molto lontane tra di loro. In Italia il virus ha messo in connessione due città, Codogno e Wuhan, molto diverse tra di loro, probabilmente l’una sconosciuta all’altra. A livello economico è apparsa evidente e col trascorrere dei giorni sempre più marcata l’importanza e la fragilità dell’esistenza di una supply chain globale. Ciò avviene in particolare quando il componente di un determinato prodotto è fatto esclusivamente in un solo paese o in una sola area geografica, eventuali problemi che si dovessero verificare interromperebbero immediatamente il processo di produzione.

Nella provincia dello Hubei, quella della città di Wuhan per intenderci, si producono circa 2 milioni di autoveicoli all’anno e nei mesi clou dell’emergenza, ovvero gennaio e febbraio, più del 60% degli impianti di assemblaggio cinesi hanno subito dei fermi produttivi. In aggiunta i produttori dello Hubei sono fornitori di secondo livello che riforniscono fornitori di primo livello che a loro volta spediscono i propri prodotti in tutto il mondo via mare. La Cina, in generale, è anche un importante esportatore di componenti di autoveicoli (fatturato torale di 33,5 miliardi di dollari), soprattutto verso USA, UE e Giappone. La pandemia ha provocato, quindi, nelle fasi iniziali, ovvero quando sembrava concentrata solo nell’area di Wuhan, una crisi di offerta, poiché gli stabilimenti non producevano e non distribuivano più: successivamente, ovvero quando la pandemia si è diffusa e alcuni stati hanno introdotto misure di lockdown, si è generata una crisi di domanda.

Il risultato più evidente di questa problematica è stato il forte richiamo al reshoring (ne ho già parlato e detto che è in atto già da diverso tempo, anche se procede lentamente) ovvero riportare la produzione in patria. In pochi si sono posti il problema di valutare i costi e le tempistiche di questo processo molto complicato. Una soluzione ideale potrebbe essere quella di creare diverse catene di rifornimento, il che renderebbe il processo produttivo meno efficiente, ma sicuramente più resiliente agli shock esogeni.

Ciò che conta, per il futuro industriale, è la capacità delle aziende di implementare capacità di comprensione delle dinamiche di evoluzione dello scenario globale e l’adozione di un approccio proattivo e adattivo. Le supply chain resilienti dovranno essere caratterizzate da capacità di intercettare segnali anche deboli di cambiamento o anticipatori di shock, di prepararsi per l’inatteso e di rispondere a situazioni di crisi in modo rapido e adattivo, riconfigurando processi e modalità operative lente. Questo passo deve essere compiuto sia nell’immediato, per rispondere efficacemente agli impatti sull’attività produttiva, sia nel lungo periodo, per adeguare i propri modelli di business al mutato contesto. La capacità di adattamento delle organizzazioni e delle filiere industriali sarà un fattore di successo imprescindibile, pensare per scenari alternativi e tenersi pronti all’imprevedibilità è l’unica cosa da fare in queste situazioni.

Categorie:Political Risk

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