A chi giova il decoupling?

In questo periodo di crisi ed incertezza sul futuro che sarà, a causa dell’emergenza legata alla diffusione globale del virus Covid-19, l’unica certezza è che non c’è una crisi di neologismi. Mi spiego meglio. Giornalisti, studiosi, analisti di ogni tipo sono all’affannosa ricerca di una definizione di quello che sarà, cercando di anticipare i cambiamenti che ovviamente si verificheranno, poiché ogni crisi porta in sé i germi del cambiamento, dell’evoluzione. Queste analisi si concludono, quasi sempre, con la creazione di neologismi, generalmente provenienti dalla cultura di stampo anglosassone; abbiamo già parlato di de-globalization, ovvero la possibilità di una ritirata della globalizzazione, e di reshoring, ovvero la rinazionalizzazione di alcune produzioni e/o processi, fortemente colpiti dalle disruptions causate dai vari lockdown nazionali. Ora è il momento dell’affermazione di un altro termine, ossia decoupling.

Volendo partire da zero, Wikipedia per definire il termine fa riferimento tanto all’ambito economico quanto a quello ambientale, spiegando che il decoupling si riferisce ad un’economia che è capace di crescere senza avere un impatto negativo, di pari rilevanza, sull’ambiente. Tradotto in italiano il termine significa letteralmente disaccoppiamento ed indica quando due andamenti correlati perdono la loro correlazione: questa spiegazione può essere, quindi, applicata ad ambiti di diverso tipo, dall’economia all’ambiente, passando per la finanza e la meccanica. Il termine è oggi utilizzato principalmente in economia, dove è diventato particolarmente di moda a seguito dell’introduzione di una politica commerciale più assertiva da parte degli Stati Uniti, con particolare riferimento alla contrapposizione con il gigante cinese. La Trade War tra Stati Uniti e Cina, spinta principalmente dalle politiche protezionistiche dell’amministrazione Trump, ha generato una forte contrapposizione anche nell’ambito politico. Il primo segnale di questo decoupling è stata la netta riduzione degli investimenti diretti esteri cinesi in USA, calati a 5,4 miliardi di dollari nel 2018, dopo il picco dei 46.5 miliardi del 2016, un calo dell’88%: il motivo principale non è tanto la profittabilità o meno di questi investimenti, bensì una reciproca diffidenza che negli USA ha condotto ad un aumento sensibile dei controlli da parte del Committee on Foreign Investment, ente direttamente dipendente dal tesoro, che ha bloccato numerose transazioni in settori ritenuti strategici, tecnologia ed innovazione in primis. Inutile riportare alla luce il caso Huawei, ovvero l’opposizione da parte statunitense a che il gigante tecnologico diventi il principale fornitore di servizi 5G di molti paesi europei: la vicenda è viva tutt’ora, dato che il governo USA sta facendo ostruzione nei confronti di alcune aziende nazionali affinché non riforniscano più Huawei di alcune componenti importanti.

Il decoupling tra Washington e Pechino, travasato dal settore economico a quello politico, sta conducendo alla creazione di due poli isolati ed in contrapposizione, il blocco occidentale e quello orientale, per molti una nuova Guerra Fredda tra USA e Cina. In questo contesto assumono una certa importanza i recenti dati riguardanti la bilancia commerciale cinese: nel corso del mese di marzo, ad esempio, le esportazioni cinesi son cresciute dell’8,5% (a/a), divergendo dalle analisi che prevedevano un calo del 12% in virtù del blocco dell’economia dovuta al lockdown. Il motivo? Molto semplice, sono cresciute, e di molto, le esportazioni verso i paesi dell’Asia, sud-est in particolare. I motivi possono essere due principalmente: il primo è una crescente integrazione del quadrante asiatico, il secondo una sorta di reindirizzamento dei prodotti cinesi verso paesi terzi per evitare dazi USA. Taiwan, Vietnam, Thailandia e Indonesia hanno acquistato il 50% in più di prodotti cinesi ad aprile 2020, rispetto allo scorso anno, mentre Giappone e Corea hanno aumentato la loro quota “solo” del 20%. Si sta palesando, sostanzialmente, l’idea diffusa dallo studioso americano Parag Khanna, ovvero che quello che stiamo affrontando sarà un secolo asiatico piuttosto che esclusivamente cinese. Staremo a vedere. La preponderanza statunitense, benché intaccata da una presidenza Trump non all’altezza e da una gestione dell’emergenza Covid-19 poco coerente, è ancora piuttosto evidente in molti settori, principalmente quello militare ed economico-finanziario. Nel mezzo c’è, purtroppo, l’unione Europea. Dico purtroppo perché l’Unione Europea non possiede un’identità strategica chiara, precisa e tentenna ancora nella decisione di schierarsi da una parte o dall’altra oppure, scenario attualmente improbabile, decidere di avere l’audacia di creare un terzo polo. Le prime riunioni della nuova Commissione Von der Leyen, con le conseguenti difficoltà nel definire una linea comune per affrontare l’emergenza Covid-19, fanno presagire un futuro poco roseo per l’Unione. Un’avanzata improvvisa in direzione di un decoupling più deciso ci spingerà a prendere una decisione. E questo sarà un problema.

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