Il reshoring è un’alternativa credibile?

Questa crisi è un’opportunità. Quante volte abbiamo sentito pronunciare queste parole subito dopo il verificarsi di una qualsiasi situazione emergenziale. E’ una di quelle frasi che mi hanno sempre lasciato interdetto, in particolare non ne ho mai compreso la necessità di sostenerla, nell’immediato di una tragedia o di una situazione catastrofica, quando il primo pensiero dovrebbe essere indirizzato alle vittime o alla conta dei danni. Espressero un concetto simile, facendosi anche una risata, gli imprenditori Francesco Piscitelli e Pierfrancesco Gagliardi, in una telefonata all’indomani del terribile terremoto de l’Aquila del 6 aprile 2009, intravvedendo appunto l’opportunità di fare affari con la ricostruzione. Generalmente a pronunciare frasi del genere sono persone che hanno i mezzi e le capacità, a volte anche le entrature, per vincere i momenti di difficoltà. In questi momenti però ci sono spesso vittime, dirette e indirette, anzi le vittime sono in numero maggiore.

E’ una frase che stiamo sentendo anche in questi giorni di emergenza legata alla diffusione del virus Covid-19 (quasi 30 mila morti in Italia), ma non ripeterò il giudizio espresso prima. Ciò che è indiscutibilmente vero, però, è che le crisi arrivano per darci una lezione, ci lasciano qualcosa da imparare e dobbiamo essere svegli a capirlo. Ormai si sente dire da più persone e diverse volte al giorno che questa crisi cambierà la nostra vita, i nostri atteggiamenti, le nostre scelte quotidiane. Messa così è già un modo diverso di affrontare le cose e sicuramente presuppone un atteggiamento più rispettoso nei confronti delle persone decedute e di quelli che hanno subito danni. Secondo diversi analisti questa crisi genererà cambiamenti non soltanto nella nostra quotidianità, ma anche nella politica e nell’economia globale: alcuni sostengono che ci sarà un affermarsi dello stato nazionale, con politiche meno favorevoli alla globalizzazione e più nazionaliste, fenomeno già affacciatosi da qualche tempo.

Una delle cose che il Covid-19 ha messo in evidenza, in realtà ve ne son tante, è l’eccessiva lunghezza delle supply chains industriali e la necessità di ripensarle. Il processo che parte dall’ideazione e arriva all’esposizione di un jeans in una vetrina di un negozio coinvolge oltre 10 paesi, tra i quali India, Turchia, Taiwan, Polonia, Cina, Bulgaria, Bangladesh, Francia, Italia percorrendo un totale di 44 mila chilometri. I costi irrisori della manodopera locale e del trasporto hanno spinto i produttori a produrre in determinati paesi, incuranti della crescente distanza dalla casa madre, al fine di avere il massimo guadagno possibile.

La lunga serie di disruptions lungo le supply chains globali, non ultima quella legata alla diffusione del virus Covid-19, sta facendo sorgere numerose riflessioni circa la convenienza della delocalizzazione. E proprio richiamando l’argomento pandemie, se torniamo indietro nel tempo, vediamo che in questo nuovo millennio se sono verificate giù diverse (SARS nel 2003, H1N1 nel 2009, MERS 2012) e tutto lascia presagire che ce ne saranno ancora. Ed ecco che si affaccia il termine reshoring, in opposizione ad offshoring, che consiste nel riportare sul territorio nazionale la produzione precedentemente delocalizzata. Questo concetto ha preso piede in maniera particolarmente evidente negli USA, dove le politiche protezionistiche del presidente USA Donald Trump, il cui spinoff è la trade war con la Cina, hanno reso conveniente intraprendere il cambio di rotta. Ovviamente, Washington non può competere direttamente con nessuno dei paesi con bassi costi di manodopera; può farlo creando un regime di bassa tassazione per le imprese, come ha effettivamente fatto Donald Trump, oppure investendo massivamente in ricerca e sviluppo, cosa che gli USA fanno da sempre per garantirsi un vantaggio competitivo globale

Il ritorno della produzione in patria può rappresentare un importante driver economico, così come anche un fondamentale elemento strategico che può aiutare, ad esempio, ad affrontare futuri eventi simili all’attuale pandemia. Il virus Covid-19 si è palesato proprio nel momento in cui le divergenze tra Washington e Pechino, in ambito commerciale, sembravano in via di risoluzione, ma la pandemia globale originata dalla provincia cinese dello Hubei ha letteralmente fatto bloccare le economie occidentali e creato un’immagine negativa della CIna. Il processo di reshoring, però, è un fenomeno che va avanti già da alcuni anni e non è direttamente correlato agli attuali avvenimenti che, probabilmente, lo accelereranno. Al riguardo, la società di consulenza Kearney produce annualmente un indice di reshoring che misura la portata del rientro della produzione in patria. L’ultimo report redatto nel corso del 2019 ha evidenziato un evidente declino delle importazioni dalla Cina ed aumento della produzione nazionale: è vero che, in alcuni casi, le produzioni si spostano non direttamente verso gli USA, ma verso altri paesi del sud est asiatico, i.e. Vietnam, oppure verso il vicino Messico. Questo fenomeno collaterale, chiamato anche near-reshoring (nel caso di produzione spostata in Messico) deriva dal fatto che non è semplice riportare a casa determinate produzioni, perché mancano le capacità, manca la materia prima, sono andate perdute le conoscenze. Però è importante capire i motivi per cui le aziende decidono di rientrare: le principali sono legate soprattutto ai tempi di consegna troppo elevati, al costo del lavoro non più cosi conveniente, la voglia di creare prodotti di alta qualità più legati al territorio.

Il Reshoring in Europa, Italia al 2° posto

Anche nel vecchio continente le aziende, deluse dalla globalizzazione, stanno lentamente abbandonando le loro sedi oltreconfine per far rientro in patria. Il report Reshoring for Europe 2015-2018 evidenzia chiaramente questa tendenza che ancora non può definirsi un fenomeno di massa, ma che negli ultimi cinque anni è cresciuto costantemente. La nazione che più di tutte ha visto il rientro in patria delle produzioni è la Gran Bretagna, mentre al secondo posto si è piazzata l’Italia: dal 2014 al 2019 sono ben 120 le società che hanno deciso di lasciare le sedi estere per ritornare sui propri passi. Un’indagine targata Istat sul trasferimento all’estero della produzione negli anni 2015-17, chiamata «International Sourcing» e promossa proprio dalla Commissione europea, ha rivelato che nei tre anni presi in esame solo il 3,3% delle medie e grandi imprese ha trasferito all’estero attività o funzioni svolte in Italia, contro il 13,4% del periodo 2001-2006. Le ragioni di questa scelta sono diverse: la riorganizzazione globale delle imprese, l’aumento dei costi di produzione all’estero, i lunghi tempi delle consegne, le restrittive norme sulla sicurezza Ue che impongono l’indicazione dell’origine di tutte le merci. Il punto di svolta è arrivato nel 2010, con la frenata delle delocalizzazioni produttive e i primi segnali di una inversione di tendenza. Il reshoring rappresenterebbe un colpo importante per i nostri distretti più importanti di Toscana, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, così come di molte realtà del Sud.

Grafica del 2018, ma valida per comprendere la tendenza (Euler Hermes)

Non tutto è però così semplice, perché alcune produzioni in Italia non esistono proprio più, in quanto la delocalizzazione selvaggia del passato ha portato alla scomparsa totale delle competenze. Il rischio, dunque, è che anche per le aziende italiane possa configurarsi una sorta near-shoring in salsa europea, ovvero ad avvantaggiarsi potrebbero essere altri paesi quali, ad esempio, Turchia ed Europa dell’Est.

Categorie:Political Risk

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