E dopo il coronavirus?

Uno dei possibili risultati di questa emergenza legata alla diffusione del coronavirus potrebbe essere legato direttamente alla coesione dell’Unione Europea. C’è già alla base una seria divergenza tra gli stati del Nord Europa, capeggiati da Germania e Olanda, e quelli del Sud Europa (Italia e Spagna in primis, con l’aggiunta della Francia) circa gli strumenti da utilizzare per contrastare una recessione economica post-emergenza che oramai preoccupa più del virus. I primi vorrebbero utilizzare uno strumento già presente in ambito comunitario, ovvero lo European Stability Mechanism (ESM), mentre i secondi tifano per l’emissione di titoli di debito specifici, denominati coronabond. Dove sta il contrasto tra Nord e Sud? I ricchi stati del nord sono contrari all’emissione di debito attraverso i coronabond, poichè negli anni hanno “risparmiato” maggiormente rispetto agli stati del sud, garantendosi un maggiore spazio fiscale per affrontare questa crisi. Gli stati del sud controbattono che l’ESM è stato pensato per far fronte a shock asimmetrici che colpiscono un determinato paese, mentre questa emergenza è simmetrica e riguarda tutti. Il sottinteso è che gli stati del Nord non vogliono correre il rischio di doversi accollare i debiti che gli stati del sud potrebbero non essere in grado di ripagare. In tutto questo bisogna inserire i contesti nazionali, con la Germania alle prese con un complicato passaggio di testimone dell’eredità di Angela Merkel ed una pressante minaccia a destra da parte di Alternative fur Deutschland (AfD), mentre Olanda, Spagna e Italia sono alle prese con delle traballanti coalizioni di governo. Il compromesso alla fine si troverà, probabilmente attorno ad un ESM con condizionalità light, ma quale sarà il prezzo finale tenuto conto che la portata dell’emergenza e i suoi riflessi sull’economia non sono, ad oggi, calcolabili?

Sull’incomprensione e la sottostima dell’emergenza si stanno giocando le carriere di altri due importanti personaggio del nostro tempo: Donald Trump, presidente USA, e Boris Johnson, primo ministro del regno britannico. Entrambi i due leader, spesso accomunati per il loro modo stravagante e fuori dagli schemi di condurre la politica (nonché per il taglio di capelli), hanno temporeggiato più degli altri leader europei sull’affrontare la minacci, prima minimizzandola, poi bofonchiando di pericolose teorie sull’immunità di gregge, infine agendo nelle modalità intraprese dagli altri paesi. In queste ore è giunta la notizia di un Boris Johnson ricoverato in terapia intensiva a causa del coronavirus, e di questo dispiace molto a tutti. L’incoscienza con cui i due leader, però, hanno affrontato questo pericoloso virus, era foriera di cattivi presagi e così è stato: sia in UK che in USA il ritmo dei contagi e delle morti è molto alto, e questo peserà in particolare su Donald Trump che a fine anno dovrà affrontare le elezioni presidenziali.

Infine c’è l’Asia: da una parte abbiamo la Cina, da dove il virus è partito e che, quando tutto sarà finito, dovrà rendere conto alla comunità internazionale di omissioni, imprecisioni e occultamenti che hanno contornato la vicenda Covid-19, mentre dall’altra abbiamo paesi come Singapore, Hong Kong, Taiwan, Corea del Sud che hanno dimostrato una capacità di affrontare la minaccia senza apri, mescolando efficienza, organizzazione, tecnologia e senso civile. In un’intervista di alcuni giorni fa, il noto studioso indo-americano Parag Khanna ha confermato ciò che dice da un po’ ed ha trasposto in un libro, ovvero che, nonostante la vicenda coronavirus, il XXI secolo sarà il secolo dell’Asia. Badate bene, non della Cina, ma dell’Asia.

Sullo sfondo di questo scenario dipinto a larghi tratti ci sono una serie di trouble spots irrisolti che potrebbero aggiungere ulteriore tensione a livello globale: la guerra del petrolio tra Russia e Arabia Saudita, le tensioni in Medio Oriente, i flussi migratori, le guerre commerciali. Insomma, il 2020 non è cominciato bene, ma il seguito potrebbe rivelarsi ancora peggio. Allacciate le cinture!

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