Giro Elettorale: nonostante il coronavirus si vota ancora

Nonostante l’attenzione globale sia concentrata quasi esclusivamente sull’emergenza coronavirus e sui danni che la sua diffusione sta creando, in questo periodo è cambiato lo scenario politico di molti paesi. Innanzitutto gli Usa, dove prosegue lo spettacolo delle primarie del Partito Democratico che dovrà condurre alla scelta dello sfidante da opporre a Donald Trump per le elezioni presidenziali del prossimo Novembre. Dopo il mega appuntamento elettorale del 3 Marzo, in cui si è votato in 14 stati, la sfida per la candidatura democratica si è ridotta a soltanto due persone, ovvero Bernie Sanders e Joe Biden. Quest’ultimo, dopo un periodo iniziale difficile, si è rivelato il vero vincitore del Super Tuesday, ottenendo la leadership nel numero dei delegati e scalzando Sanders che sembrava proiettato verso una facile affermazione finale. Biden ha beneficiato degli endorsement di Buttigieg e Bloomberg, giunti già alla fine della loro corsa politica, cosi come di un generale malcontento dell’ala moderata dei democratici nei confronti dell’eccessivo “progressismo” di Sanders. Comunque situazione molto instabile all’interno del Partito Democratico, cosa che potrebbe far convogliare su Trump il voto degli incerti, garantendogli la rielezione. Situazione altrettanto complessa e intricata si sta verificando in Israele, dove lo scorso 2 marzo si sono svolte le terze elezioni nel giro di un anno. Ad affermarsi è stato nuovamente l’inossidabile Benjamin Netanyahu, il quale però non è riuscito ad ottenere la maggioranza della Knesset, il parlamento israeliano, e quindi rischia di non formare un governo neanche questa volta. Lo sfidante Benny Gantz ha detto chiaramente e più volte che non accetterà mai di formare un governo con Netanyahu, così come l’altro terzo attore Lieberman. La situazione è in continua evoluzione, mentre si avvicina la data del processo per Netanyahu, probabilmente il suo principale problema politico attuale. Stati Uniti e Israele sono i due paesi principalmente sotto la lente di ingrandimento “elettorale”, ma si è votato anche altrove. Si è votato, ad esempio, in Togo, dove il presidente uscente Faure Gnassingbe ha ottenuto la riconferma alla carica presidenziale, nonostante le rimostranze delle opposizioni, guadagnandosi il quinto mandato consecutivo e la prosecuzione della dinastia familiare alla guida del paese. Si è votato anche in Tagikistan, a tutt’altre latitudini, dove è stato eletto un parlamento che prefigura una legislatura totalmente devota al presidente Imomali Rakhmon, alla guida del paese ormai da un quarto di secolo. Non si è votato, ma ci sono stati sviluppi politici interessanti in Malesia, dove il premier eletto Mohamamd Mahathir ha rassegnato le sue dimissioni, in contrasto con l’alleato Najib Razak e certo di ottenere un nuovo incarico per formare un governo di unità nazionale. Il re males Abdullah Sultan Ahmad Shah ha affidato l’incarico di formare un nuovo governo all’ex ministro dell’interno Muhyiddun Yassin, molto vicino a Razak. Mahathir ha espresso tutto il suo dissenso per questa scelta, certo di essere lui l’unico a possedere una maggioranza di governo. La situazione è in continua evoluzione e non scevra da pericolose derive.

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